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CARO FRA MARCO ti scrivo…PER COSTRUIRE UNA SOCIETA’ CHE NON ESISTE ANCORA – Angelo Nocent

Posté : 24 juillet, 2016 @ 9:09 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

San Giovanni di Dio - Opere di misericordia spirituali

 



046-Fra MarcoCaro Fra Marco Fabello o.h.,
  così scrivevi su Facebook agli amici il 17 Luglio 2016, all’appuntamento notturno:

 

« Una nuova settimana si apre di fronte a noi. Sarà di pace? 

- In Turchia si parla di pena di morte per molte persone.

- Molti altri moriranno nel mediterraneo.

- Migliaia di bambini non vedranno la luce perché condannati dalla     legge!

- Tanta meraviglia per i primi, diritto di condanna per i piccoli    innocenti.

- Quale la differenza?

Mi e’ molto difficile pensare quale sia. A me pare di concludere che non ci sarà pace finché non ci sarà vittoria sulla morte e scelta di vita. E non posso pensare che vi siano leggi di morte. E la notte sia serena.


Michie e Angelo Nocent

 Ho riflettuto un po’ e m’è venuto di risponderti con una CARTOLINA ma poi non l’ho fatto, per evitare eventuali malintesi, più che con te, con gli altri amici. Ora ho pensato di farlo qui dove non passano molte persone. Una specie di parcheggio per parlare tra me e me. 


« Caro Fra Marco,

è notte, e sappiamo che porta consiglio, quando lo Spirito è invocato. Fare le previsioni del TEMPO è relativamente facile. Gioco d’azzardo è tentare le previsioni degli UMORI DEL MONDO, attento e concentrato più sulla BORSA  e sui MERCATI che sui problemi esistenziali del Pianeta.

Noi cristiani continuiamo a rileggere la parabola del SAMARITANO. Ma, visto che ormai conosciamo a memoria le sue conclusioni, rischiamo di dare tutto per scontato, senza lasciarci provocare: « Cosa ci posso fare se il mondo è così malvagio? ». Ma lo Spirito, che ci precede, non smette di stupirci e ci spinge a SUSCITARE DOMANDE. Perché la parabola non prospetta soluzioni contro il brigantaggio ma si limita a indicare come comportarsi con il malcapitati, senza distinzioni, compreso i fuori di testa come potrebbero essere i terroristi feriti!

Gesù alle domande che ritornano ossessivamente nell’Europa di oggi, ma anche nel Mondo, non offre una risposta facile. Ma ci sostiene il Salmo 34: « Guardate a Lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti.« !

  • Che obblighi abbiamo verso gli altri?
  • Possiamo fare a meno dei Politici e degli Uomini di Legge?

Sarebbe bello, ma non abbiamo alternative migliori. Le DOMANDE sono difficilissime e le risposte vanno faticosamente cercate, PER COSTRUIRE UNA SOCIETA’ CHE NON ESISTE ANCORA. Lo so, non farò in tempo a vedere quella nuova. Mi scoraggia? Beh! Sono suggestionabile come tutti. Ma il VERBO si è fatto CARNE, UOMO, proprio per questo, no? E soltanto 2000 anni fa. Noi si vorrebbe tutto e subito. Ma la fretta non paga. La natura non fa salti, ci sono le stagioni. E la fretta non paga.

Ciò che la parabola mi chiede di fare è di CAMBIARE IL MODO DI FARMI CERTE DOMANDE:

  • Come posso diventare PROSSIMO dell’uomo mezzo morto?
  • Come posso scoprire me stesso con lui e per lui?
  • Come faccio a scoprire Dio in questa situazione?


Siamo chiamati a prendere coscienza che quello che GIACE sul ciglio della strada. lacero e stremato, E’ PROPRIO DIO. E MI STA ASPETTANDO.

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Caro Fra Costantino

Posté : 19 juin, 2009 @ 4:45 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

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Milano, 19 Giugno 2009
– Festa del Sacro Cuore di Gesù
Carissimo Fra Costantino Dalla Mura,

oggi per me è una bellissima giornata perché ho ricevuto la tua lettera che, per quanto breve – e lo motivi – mi manda un segnale preciso: un desiderio di comunicare che è reciproco, in un contesto di sordomutismo che assomiglia più ad una patologia dello spirito che ad un impedimento organico.

Tu sei medico ed hai ogni giorno da svolgere un lavoro delicato con i tuoi pazienti da ascoltare e indirizzare, curare, ma io, se già per il piccolo mondo che frequento non sono nessuno, figuriamoci per il resto!

Epperò, la fortuna che ho è di essere stato battezzato e cresimato. Dunque, figlio di Re. Per adozione. Di questo evento faccio memoria ogni giorno. E non posso togliermelo dalla testa, anche se la vita ha le sue stranezze e le mie contraddizioni s’intrecciano con essa, con sbalzi enormi di temperatura.

Non so tu, ma io, da una cinquantina d’anni a questa parte, quando faccio qualche cosa, ho queste sensazioni:
• di avere contro tutti quelli che fanno la stessa cosa,
• di avere contro tutti quelli che fanno il contrario,
• di avere contro tutti quelli che non fanno niente.

E’ un’impressione mia o un fenomeno generale ? Vorrebbe dire “tutti contro tutti”. Ma a quale scopo?

Poiché credo nel mondo che sta emergendo, cerco di muovermi
• nell’ottica della cooperazione piuttosto che sulla competitività,
• sul dubbio del mio valore piuttosto che sull’affermazione dello spirito umano,
• sulla convinzione che esiste una connessione fra tutti gli individui. E non solo per via della comunione con la Trinità ma per le stesse leggi della natura. Che poi originano in Essa.

La tua prima:

Caro Nocent,

ti ringrazio delle informazioni che così in abbondanza mi hai dato! Dammi tempo di sondarle perché quello a mia disposizione è veramente poco.

Riguardo ai malati psichiatrici cronici ho saputo che a S. Colombano al Lambro la Regione non manda più ammalati e questo dopo averci fatto spendere montagne di soldi per adeguare di continuo le strutture!

Purtroppo ce n’è abbastanza per demoralizzarci ma noi continuiamo ad andare avanti sperando che il buon senso prima o poi prevalga.

Grazie di tutto e sursum corda.

Ciao Fra’ Costantino.

Caro Fra Costantino dans LETTERE AGLI AMICI

Nella tua stringatezza, c’è l’essenzialità: buon senso (il sensum communem di Fedro) e aggredire i malanni con animo sereno e occhi di fede (sursum corda).

Per un attimo mi hai fatto rammentare i latinucci. Così sono andato a pescarli per ripassare la lezione.

Ricordi?

Cerebrum non habet (Non ha cervello)

 dans LETTERE AGLI AMICI

La volpe e la maschera (Vulpes ad personam tragicam)

Personam tragicam forte vulpes viderat:
«O quanta species, inquit, cerebrum non habet!»
Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam
fortuna tribuit, sensum communem abstulit.
(Fedro)

Traduzione

Per caso una volpe aveva visto una maschera tragica:
«Oh quanta bellezza, disse, ma non ha cervello!».
Ciò è stato detto per coloro ai quali
la sorte ha concesso onore e gloria
ma ha tolto la comune intelligenza.

Già.
Non sempre onore, gloria, bellezza, fortuna si coniugano con il sensum communem, con il buon senso comune che è indice di intelligenza.
Intelligenza, dal latino intelligere cioè intus legere (leggere in profondità) significa comprendere il significato profondo della realtà.
E questo non è scontato per nessuno.

Già che ci siamo, perché non rileggere anche quella del lupo?

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Lupus et agnus – Il lupo e l’agnello

Quando si vuole lo scontro o una giustificazione alla propria prepotenza, ogni pretesto è valido, compresa l’interpretazione arbitraria e offesa di un gesto il cui significato è stato spiegato nelle motivazioni non offensive da chi l’ha compiuto.

L’aveva capito Fedro 2000 anni fa, ma ancora oggi non lo capiscono in tanti…
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus.
Tunc fauce improba latro incitatus iurgii causam intulit:
« Cur – inquit – turbulentam fecisti mihi aquam bibenti? »
Laniger contra timens :
« Qui possum – quaeso – facere quod quereris, lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor. »
Repulsus ille veritatis viribus:
« Ante hos sex menses male – ait – dixisti mihi ».
Respondit agnus:
« Equidem natus non eram! »
« Pater, hercle, tuus – ille inquit – male dixit mihi! »
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.

Haec propter illos scripta est homines fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, giunsero allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, più lontano, in basso, stava l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.

« Perché – dice – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando:
« Come posso – di grazia – fare quello che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate! »
Quello, respinto dalla forza della verità:
« Sei mesi fa – aggiunge – hai parlato male di me! »
Rispose l’agnello:
« Ma veramente… non ero ancora nato! »
« Per Ercole! Tuo padre – dice il lupo – ha parlato male di me! »
E così, lo afferra e lo uccide dandogli una morte ingiusta.

Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.

Chi avrebbe potuto immaginarlo! Cercando le favole in internet, sono capitato in questa straziante confessione di Luca Digonzelli

“Non si pensa mai che potrebbe capitare a noi. Così, quando capitò a me, ero impreparato.

Era la fine di Marzo del 2004. Il neurologo, dopo una lunga visita, disse: « Morbo di Parkinson all’esordio ». Mi sentii crollare il mondo addosso, mi sentii vecchissimo a 47 anni.

All’inizio non volevo crederci, non ci credevo.

Mi aggrappai disperatamente alla mia cervicale cronica e iniziai il pellegrinaggio di visite dai neurologi e dagli ortopedici.

Alla fine dovetti arrendermi.

La Spect (una specie di TAC) evidenziava una diminuzione di dopamina patologica: avevo il Parkinson.

Ora cerco di conviverci ma non è facile.

I farmaci, quando riesci a tollerarli, ti riducono i sintomi ma non fermano la degenerazione.
Mi stanco facilmente. Ci sono giorni che non vorrei alzarmi dal letto. Devo concentrarmi per allacciare i bottoni della camicia e muovere il mouse del computer.
Ho frequenti crisi di pianto, cambiamenti di umore e attacchi di agressività, ma cerco di avere comunque una vita normale. Voglio, finché ci riesco, una vita normale.
Il mio Parkinson non è la Sclerosi Multipla o una delle tante malattie rare degenerative: per ora ha una progressione lenta, sintomaticamente controllabile.
A coloro che dicono e pontificano che l’embrione è già vita umana chiedo: la mia vita cosa è?

La vita degli ammalati di Sla, di Sclerosi Multipla cosa è?

L’embrione deve avere i diritti di una persona e a noi ammalati vogliono toglierci il diritto della speranza di guarire.

Sono molto deluso dalla posizione della Chiesa. Con il Papa ammalato di Parkinson potevano dare un grosso impulso alla ricerca scientifica.
Ma, si sa, la Chiesa impiega 400 anni ad ammettere i propri errori (vedi Galileo)!

Comunque, ognuno risponda alla propria coscienza.

Allego, di proposito, la foto di un momento felice perché nel mio futuro voglio avere altri momenti felici.

Ringrazio tutti coloro che sono andati a votare e hanno votato SI.

Sono di:
Colico (LC)

La risposta di un Medico: Domenico Mastrangelo
Caro Luca,
ho letto la tua storia. Non mi interessa la questione dei referendum perché credo che politica e politici non possano fare nulla per situazioni come la tua. Per altro, ho anche paura che medicina e ricerca, almeno così come vengono gestite e amministrate in Italia, non siano assolutamente all’altezza dei compiti che troppo spesso una classe politica affarista e interessata, attribuisce loro.
Vorrei, per spiegare quanto ho detto, raccontarti la mia storia di ricercatore universitario; ma forse sarebbe troppo lunga e magari aggiungerebbe inutili « ambasce » alla tua condizione.

Posso però dirti che a 26 anni (e quattro specializzazioni !) dalla laurea in medicina, ho deciso che avevo dato troppo alla medicina « occidentale » e che era ora di esplorare « mondi diversi », culture non « omologate », conoscenze che la nostra medicina (dell’ »evidenza » della « scientificità » e di altre vaccate simili!) considera « non convenzionali » anche se hanno radici culturali spesso vecchie di millenni.

Ho così scoperto l’omeopatia, la fitoterapia e tutte quelle medicine, appunto « non convenzionali » ed emarginate che non si fondano sullo studio delle malattie, ma sulla conoscenza dell’uomo.
Ne ho riscontrato l’assoluta efficacia e mi sono convinto (non solo l’unico pazzo!) che la medicina « convenzionale », tutta basata sul « business » delle multinazionali del farmaco, non vuole né mai potrebbe desiderare la nostra salute, ma, caso mai, prolungare all’infinito le sofferenze della specie umana, per trarne il massimo del profitto. Si tratta di un sistema ormai così strutturato e radicato, che è praticamente impossibile estirparlo se non a costo di una profonda rivoluzione culturale e sociale.
Tuttavia, anche se non so ancora per quanto tempo, le medicine « non convenzionali », come l’omeopatia, vengono non solo praticate da un numero crescente di colleghi, ma anche « frequentate » da un numero considerevole di pazienti (stufi dell’ »offerta » della sanità nazionale).
Io, ormai, mi occupo quasi soltanto di queste medicine, sono completamente soddisfatto e credo, ma te lo dico sommessamente, che in queste medicine ci siano ottime prospettive per la terapia di malattie come la tua.

Se ti va di provare, sono a tua disposizione.
Un caro saluto e tanti auguri per il futuro
Domenico

E POI UN POST DI ANGELA

Carissimo Luca, non hai idea di quanto ti capisca e condivida la tua sofferenza e le tue speranze, e soprattutto le tue opinioni. Io ho la sclerosi multipla da 10 anni, e da 3 mi ha portato via lentamente la vita. Ormai non cammino quasi più se non aggrappandomi dovunque con entrambe le mani, avendo perso completamente l’equilibrio ed essendo le mie gambe rigide e sempre stanche in una maniera impressionante, se mi chino non ce la faccio a rialzarmi, sono praticamente incontinente e mi trascino dietro una depressione ormai cronica per la quale sono più i giorni che piango di quelli che me la passo alla bell’e meglio.
Ho 4 rampe di scale da salire per arrivare in casa e da scendere quelle poche volte che si va da qualche parte; al momento sono 10 giorni che non esco di casa, è come essere all’ergastolo. Ogni più piccola cosa mi costa una fatica tale che ho ormai rinunciato a tutto. Mio marito fa una vita d’inferno per aiutarmi (e ringrazio Dio che mi è sempre rimasto accanto).

E non fanno niente per noi. Ma hanno il coraggio di chiamarla « vita ».
Tu hai 47 anni, io ne ho 46. E siamo condannati. Perché « loro » ci hanno condannati. Non augureresti a questa gente la stessa sofferenza?
Io sì, con tutto il cuore. E forse capirebbero, se toccasse a loro.
Tanti auguri. Angela
Ardiglione anche lui dice la sua:
‘O quanta species’ inquit ‘cerebrum non habet.’ (Fedro)

L’embrione umano è già persona ?

La domanda mi rammenta una tavoletta di Fedro:
Personam tragicam forte vulpes viderat;
quam postquam huc illuc semel atque iterum verterat,
‘O quanta species’ inquit ‘cerebrum non habet.’
Hoc illis dictum est quibus honorem et gloriam
Fortuna tribuit, sensum communem abstulit.

Una volpe per caso aveva visto una maschera tragica;
e dopo averla girata qua e là una e due volte,
 » Oh quale grande aspetto, disse, non ha il cervello ».
Questo fu detto per quelli cui Fortuna attribuì
onore e gloria, ma tolse il senso comune.

Nel nostro vocabolario il termine persona significa essere umano in quanto tale. Data l’etimologia del termine, persona è chi è in grado di vestire una maschera assumendo un ruolo che è il frutto delle sue relazioni coscienti con il mondo . Un embrione non ha relazioni con il mondo perché non possiede un cervello. Dire che le ha perché, in potenza, le può sviluppare è come pretendere credito da una banca perché, potenzialmente , siamo tutti miliardari.

Solo il 12% degli embrioni concepiti si sviluppa naturalmente in un nuovo nato: la riproduzione sessuata è un fatto complesso, genera creature che devono variare rispetto ai genitori, con un tasso di mutazioni genetiche che assicuri l’evoluzione della specie, per garantirne la sopravvivenza in un ambiente continuamente mutevole. Molte delle mutazioni sono incompatibili con la sopravvivenza dell’embrione.

Un embrione è un’appendice di un corpo umano con cui la natura, a partire da un uovo ed uno spermatozoo, privi di coscienza, prova a generare un nuovo essere che accolto, amato, adeguatamente sviluppato e istruito ha la potenzialità di entrare in rapporto con il mondo sviluppando una coscienza di se. Ma fino a che non è dotato di tali capacità è come sostenere che il mio dito mignolo sia una persona.”

Per coronare l’opera, oggi da fra Marco un messaggino sul cellulare che dice:
“L’estate irrompe col suo calore. I giornali raccontano di scandali, guerre e lutti; le persone sembrano vagare nel vuoto della coscienza. Anche l’Ospitalità sembra entrata in crisi. Non ci resta che riprendere il passo e riappropriarci di Dio che vive e ci si presenta nei malati e nei poveri”.

Che strano! In questi alterni passaggi è condensata tutta la crisi della medicina e della società civile e religiosa.

E qui mi viene spontanea una domanda che in questi giorni non mi dà tregua: si può procedere alla riforma o ri-fondazione di un antico Ordine ospedaliero senza porsi degli interrogativi non da ripiegati su se stessi ma con UNO sguardo planetario?


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Prima di domandarsi dove va l’Ordine o, peggio, di fornirne in anticipo la risposta, prima ancora di aver provocato la domanda, bisognerebbe forse provare a chiedersi dove va la medicina.
Due giovanotti, uno di 82 anni, il Card. Carlo Maria Martini e l’altro di 89 anni Il Don Luigi Verzé del San Raffaele di Milano, 61 di Messa, se lo sono chiesti seduti “sulla stessa barca”, appoggiati all’Albero Maestro.

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Don Verzé, il pioniere solitario, nell’esporre al Cardinale il metodo che intenderebbe mettere in atto per rigenerare l’uomo di questo terzo millennio. “un metodo mediato dalla taumaturgia che abbiamo nel sangue, il sangue del Figlio dell’uomo-Dio”, da uyomo della Chiesa che ha scelto di realizzare il suo sacerdozio sull’ “andate, insegnste, gusrite”, così scrive:

“Tutto parte dall’intenzione di offrire all’uomo sempre migliori sussidi, non solo per fargli sapere che cosa è biologicamente e clinicamente, ma anche chi è in quanto potenzialità di pensiero e di spirito.” Ed aggiunge: “Il corpo dell’uomo è sintesi biologicamente miniaturizzata del cosmo. L’intelligenza e lo spirito sostanzialmente sono analoghi a quelli dell’ordine angelico. Premesso che la vita è di Dio dall’origine, e che Lui solo può determinarne l’inizio e la fine, eccoLe, Eminente Padre, il Progetto San Raffaele di Medicina nuova”.

Il vegliardo, sempre creativo e propositivo spiega:
“ Si tratta, in sintesi, del superamento del concetto di ospedale come remedium, per farne un luogo di protezione ininterrotta del ben-essere somatico-psichico-intellettuale e spirituale, dall’embrione, o meglio dal DNA, all’età più matura”.

Quest’uomo di Dio abituato a “dire e a fare ” ciò in cui crede, sintetizza il concetto in una frase ad effetto: “ PIU’ ANNI ALLA VITA, PIU’ VITA AGLI ANNI”.

E poi spiga il senso: “ Più anni alla vita, affinché l’uomo abbia il tempo di assestarsi socialmente e ambientalmente conoscendo il mondo che lo circonda quale divino paradiso terrestre. Più vita agli anni, affinché l’uomo, integro fisiologicamente e neurologicamente, sia aiutato a respirare nella sua sfera spirituale”.

Ma questi enunciati como possono essere posti in essere?

Don Verzé lo spiega così: “Per ottenere questi scopi, si deve ricorrere inanzitutto a una medicina “predittiva”, che parte dal sequenziamento del genoma, da informazioni sulle varianti dei nostri circa trentamila geni e delle proteine. Si conoscerà così, predittivamente il rischio di malattia e si avrà la possibilità di prevenirla o di curarla nel modo più mirato.”

Ma lo sguardo di Don Luigi è lungimirante: “E’ poi evidente che l’intelletto trarrà beneficio da una maggior salute del corpo, rivelandosi sempre meglio come componente-cerniera tra massa corporea e sfera dell’anima”.

Poi una pausa per ascoltare la voce del Cardinale Martini:

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« Considero bello che si vogliano offrire all’uomo sempre migliori sussidi, proteggendone il ben-essere somatico-psichico-intellettuale, come Lei dice, sin dall’embrione, o piuttosto dal DNA. All’età più matura e concretamente fino alla morte. Mi piace anche la formula “ PIU’ ANNI ALLA VITA, PIU’ VITA AGLI ANNI”.

Non so esprimere il mio giudizio sui mezzi per raggiungere a questi traguardi, ma sento che Lei si pone totalmente dalla parte, non solo dell’uomo, ma di Dio stesso, che vuole la piena felicità ed espansione di ciascuno di noi.

Mi rallegro anche del fatto che l’intelletto trarrà beneficio da una maggior salute dell’uomo. Quanto all’espressione “medicina predittiva”, vorrei che fosse chiaro che essa rispetta ogni momento dell’essere umano.

Ritengo, tuttavia, soprattutto importante dire che la vita fisica non è tutto, che essa in alcuni casi va anche sacrificata per un bene superiore: penso, per esempio, al martirio.
In tutto questo mi pare che il vangelo esprima i desideri profondi dell’uomo e gli mostri concretamente come realizzarli, non solo attraverso i progressi, ma anche attraverso le inevitabili rotture”.

Poi una pausa per ascoltare la voce del Cardinale Martini:

“Considero bello che si vogliano offrire all’uomo sempre migliori sussidi, proteggendone il ben-essere somatico-psichico-intellettuale, come Lei dice, sin dall’embrione, o piuttosto dal DNA. All’età più matura e concretamente fino alla morte. Mi piace anche la formula “ PIU’ ANNI ALLA VITA, PIU’ VITA AGLI ANNI”.

Non so esprimere il mio giudizio sui mezzi per raggiungere a questi traguardi, ma sento che Lei si pone totalmente dalla parte, non solo dell’uomo, ma di Dio stesso, che vuole la piena felicità ed espansione di ciascuno di noi.

Mi rallegro anche del fatto che l’intelletto trarrà beneficio da una maggior salute dell’uomo. Quanto all’espressione “medicina predittiva”, vorrei che fosse chiaro che essa rispetta ogni momento dell’essere umano.

Ritengo, tuttavia, soprattutto importante dire che la vita fisica non è tutto, che essa in alcuni casi va anche sacrificata per un bene superiore: penso, per esempio, al martirio.

In tutto questo mi pare che il vangelo esprima i desideri profondi dell’uomo e gli mostri concretamente come realizzarli, non solo attraverso i progressi, ma anche attraverso le inevitabili rotture”.

A questo punto mi verrebbe d’istinto citare il Dott. RyKe Geed Hamer, osannato dai malati, osteggiato dall’Ordine dei Medici, che colleziona lauree ad honorem in medicina in certi Paesi, e processi in altri, otre a riempire periodicamente le cronache dei quotidiani di mezza Europa con le sue vicende. Infatti, oncologo e ricercatore, basta il suo nome perché nel mondo della Sanità si assista ad una levata di scudi. E, se è vero quanto scrivono, “le sue casistiche di guarigione delle malattie degenerative sono impressionanti, tali da far vacillare l’edificio della medicina ufficiale…” (In LA MEDICINA SOTTOSOPRA – E se Hamer avesse ragione?” (Ed. AMRITA).Poi una pausa per ascoltare la voce del Cardinale Martini:

“Considero bello che si vogliano offrire all’uomo sempre migliori sussidi, proteggendone il ben-essere somatico-psichico-intellettuale, come Lei dice, sin dall’embrione, o piuttosto dal DNA. All’età più matura e concretamente fino alla morte. Mi piace anche la formula “ PIU’ ANNI ALLA VITA, PIU’ VITA AGLI ANNI”.

Non so esprimere il mio giudizio sui mezzi per raggiungere a questi traguardi, ma sento che Lei si pone totalmente dalla parte, non solo dell’uomo, ma di Dio stesso, che vuole la piena felicità ed espansione di ciascuno di noi.

Mi rallegro anche del fatto che l’intelletto trarrà beneficio da una maggior salute dell’uomo. Quanto all’espressione “medicina predittiva”, vorrei che fosse chiaro che essa rispetta ogni momento dell’essere umano.

Ritengo, tuttavia, soprattutto importante dire che la vita fisica non è tutto, che essa in alcuni casi va anche sacrificata per un bene superiore: penso, per esempio, al martirio.

In tutto questo mi pare che il vangelo esprima i desideri profondi dell’uomo e gli mostri concretamente come realizzarli, non solo attraverso i progressi, ma anche attraverso le inevitabili rotture”.

A questo punto mi verrebbe d’istinto citare il Dott. RyKe Geed Hamer, osannato dai malati, osteggiato dall’Ordine dei Medici, che colleziona lauree ad honorem in medicina in certi Paesi, e processi in altri, otre a riempire periodicamente le cronache dei quotidiani di mezza Europa con le sue vicende. Infatti, oncologo e ricercatore, basta il suo nome perché nel mondo della Sanità si assista ad una levata di scudi. E, se è vero quanto scrivono, “le sue casistiche di guarigione delle malattie degenerative sono impressionanti, tali da far vacillare l’edificio della medicina ufficiale…” (In LA MEDICINA SOTTOSOPRA – E se Hamer avesse ragione?” (Ed. AMRITA).

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Cardinale Martini

“Forse Lei si aspetta di più da una mia risposta, ma io non posso entrare in questa descrizione analitica della medicina: mi accomuno alla maggior parte degli uomini, che utilizzano la medicina, ma non la conoscono.
Ho colto però una parola sulla quale desidero soffermarmi brevemente: spirito. Essa mi porta a pensare allo Spirito Santo, e questo posso dirlo: sono convinto che lo Spirito Santo spinga a questa ricerca scientifica e quindi sono grato a coloro che la compiono.

C’è anche un’altra affermazione, nella Sua domanda, che voglio sottolineare: l’uomo senza l’anima non sarebbe uomo. Mi sembra che colga gli aspetti fondamentali della questione.
Per quanto riguarda il resto, lo ripeto, posso solo ammirare e cercare di comprendere. Questo non mi autorizza a dare un mio giudizio preciso, anche se le speranze dell’umanità sono riposte nella ricerca e nelle risposte che essa sa conseguire. Ma vorrei anche aggiungere che, per quanto si faccia per la salute dell’uomo, c’è sempre un vincolo invalicabile che è la morte”.

Il dialogo tra i due continua ma, per il momento, mi fermo qui, con un invito a te, Fra Costantino ed anche a Fra Marco, come a tanti altri: non isolatevi, non andatevene delusi per i fatti vostri ma uscite dalle cerchie ristrette del numero chiuso e prendete in seria considerazione le provocazione, esaminatele, confutatele…E’ il solo modo per crescere.
Shalôm!
Angelo Nocent

Caro Fra Luigi… Kairos (καιρός) ossia il “tempo di Dio”

Posté : 4 juin, 2009 @ 2:13 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

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04 Giugno 2009

Caro Fra Luigi,

quello che viviamo – secondo Padre Sorge – è di uno di quei periodi di purificazione che, in concomitanza con le svolte più ardue della storia umana, annunziano e preparano «una nuova primavera cristiana» (cfr SORGE B., Introduzione alla dottrina sociale della Chiesa, Queriniana, Brescia 2006, 113).

Secondo il gesuita, nella storia della Chiesa ciclicamente avviene che ritornino i tempi apostolici. Egli scrive che “Lo Spirito Santo la guida, la libera dalle scorie che il tempo deposita irrimediabilmente sugli uomini e sulle istituzioni e la riporta alla purezza delle origini, preparandola a essere fermento di una nuova civiltà. In simili periodi, la fede sembra regredire, la Chiesa si riscopre minoranza, il suo insegnamento è inascoltato e deriso, i cristiani vengono emarginati culturalmente e socialmente, talora perseguitati e uccisi.”.

Senza andare lontano, è l’esperienza disagevole che sperimentiamo, in modo più o meno diretto, anche nei Centri FBF.

Ci rendiamo conto tutti di trovarci

• di fronte alle chiese che si svuotano,
• alla fede che si indebolisce,
• alle vocazioni che scarseggiano,
• alla società che si scristianizza,
• al dialogo mortificato,
• al raffreddamento della vita religiosa,
• all’incapacità di assumere impegni solidi e duraturi,
• alle contraddizioni di un’invocata collaborazione religiosi-laici…

L’elenco delle note dolenti potrebbe continuare.

Epperò per il credente questi sono momenti di tribolazione, ma fecondi. Il coraggio a non indietreggiare ci viene dall’Apostolo:

la tribolazione produce perseveranza,
• la perseveranza rafforza la fede,
• e una fede forte induce a riporre la speranza solo in Dio (cfr Romani 5, 4).

Se si rinsalda in noi la consapevolezza che la forza della Chiesa

• non sta nel favore dei potenti,
• nelle ricchezze e nei privilegi,
• nei riconoscimenti pubblici,
• neppure nel prestigio culturale,
• ma nella Parola di Dio che le è affidata,
• nella santità dei suoi figli,
• nella povertà evangelica,
• che le vere ricchezze della Chiesa sono i poveri, i piccoli, i sofferenti, gli emarginati,

se non indietreggiamo, vittime delle nostre paure, allora questi sono tempi di grazia, è il Kairos (καιρός) ossia il « tempo di Dio », il momento opportuno per disfarsi della zavorra e facilitarci la navigazione, con lo Spirito che soffia nelle vele.

Continuiamo a ripetercelo e la storia conferma:

• “tutte le volte che la Chiesa è stata ricca, forte e privilegiata ha conosciuto i suoi «secoli di ferro»;
• quando invece è stata povera, debole, emarginata e perseguitata, ha conosciuto i suoi «secoli d’oro» “ (Sorge).

Tuttavia, proprio noi che lo affermiamo, lo riconosciamo, lo constatiamo, siamo forse tra coloro che frappongono resistenza al mutamento evangelico. Per quel che mi par di capire, siamo costretti a prendere atto di un nuovo e preoccupante paradosso: è in corso, non solo nella società in genere ma in casa propria, nel nostro ambito quotidiano, una ulteriore involuzione del gattopardismo italiano, per cui non ci si dovrebbe sforzare nemmeno più di cambiare tutto perché nulla cambi: meglio, più semplicemente, non cambiare nulla.

Solo che la logica di Dio è un’altra e niente può bloccare il Suo progetto che periodicamente necessita di purificazione dalle scorie. La logica con cui Egli compie le sue opere, non è legata necessariamente all’ingegno umano ed è stata spiegata proprio da Cristo stesso all’Apostolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Corinzi 12, 9).

Dunque, bisogna muoversi in controtendenza. E se affermiamo che ritornano i tempi apostolici, si vuol sottolineare l’analogia evidente che esiste tra le sfide dei cristiani di oggi e quelle degli inizi. Tanto da poter dire che, come allora, il travaglio della Chiesa non è quello dell’agonia e della morte, ma del rinnovamento e della crescita.

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Il Papa non manca di portarci ogni giorno con decisione e coraggio al Vangelo come criterio fondamentale e ultimo del vivere cristiano ed ecclesiale. Anche il suo governo è improntato a questo obiettivo. E’ solo da una comune conversione al questo Vangelo che ci si può attendere il superamento delle divisioni e contraddizioni. E’ lì il punto essenziale, più profondo e radicale, da cui riprendere il cammino.

Come vedi, se questi sono i presupposti, assisteremo a un tempo certamente non breve di risanamento istituzionale. E non sarà indolore. Ma non c’è alternativa.

Shalom (שלום)
Angulo

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RICORDI ? QUEL GIORNO AVEVAMO 24 ANNI

UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì, 23 novembre 1966

Diletti Figli e Figlie!

Avrete anche voi avvertito che il Concilio ha suscitato una quantità di questioni, di discussioni, di novità; in tutta la Chiesa, e anche fuori di essa, s’è fatto molto parlare, molto studiare, molto operare; opinioni, dottrine, decreti, innovazioni hanno dato a tutti l’impressione che il Concilio ha messo tante cose in movimento: idee, abitudini, istituzioni, tutto il nostro mondo spirituale s’è come risvegliato, stimolando ogni fedele, ogni persona intelligente a pensare, a capire il cristianesimo e la religione. Se fosse a voi domandato quale sia l’aspetto principale, l’idea centrale, la chiave di tutto questo fatto complesso e dinamico, che cosa rispondereste? la riforma liturgica? l’ecumenismo? il contatto del cattolicesimo col mondo moderno? Sì, questi sono capitoli principali del grande «tomo» conciliare; ma è certo che fra tutti primeggia la dottrina sulla Chiesa, il suo mistero, la sua compagine, la sua missione. Ora Noi domandiamo a voi: per comprendere la Chiesa a quale principio bisogna risalire, a quale punto focale bisogna fermare lo sguardo? Non v’è dubbio: a Cristo; a Nostro Signore Gesù Cristo.

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LE RIVELATRICI DOTTRINE DI SAN PAOLO
È vero che il Concilio non ha trattato espressamente dogmi relativi a Gesù Cristo, come i celebri Concilii dei primi secoli, Nicea, Efeso, Calcedonia; ha trattato piuttosto, come tema centrale, la Chiesa; ma appunto perché ha cercato di vedere e di capire la Chiesa nel suo cuore, nella sua interiorità, nella vitale causalità, piuttosto che nei suoi aspetti storici e giuridici, il Concilio è stato felicemente obbligato a tutto riferire a Cristo Signore, come al Fondatore, non solo, ma come al Capo, alla sorgente, all’operatore, all’animatore, mediante lo Spirito Santo, del mistico suo Corpo, che è la Chiesa.
Citiamo soltanto un testo:

. «Capo – ecco la parola da ricordare e da meditare -, capo di questo Corpo è Cristo.
. Egli è l’immagine dell’invisibile Iddio, e in Lui è stato tutto creato.
. Egli va innanzi a tutti, e tutte le cose sussistono in Lui.
. Egli è il capo del Corpo, che è la Chiesa.
.
Egli è il Principio, il primogenito dei redivivi, affinché in tutto Egli abbia il primato (cfr. Col. 1, 15-18).
.
Con la grandezza della sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri e con la sovraeminente perfezione e operazione sua riempie di ricchezze tutto il suo corpo glorioso (cfr. Eph. 1, 18-23)» (Lumen Gentium, 7).

Si potrebbero moltiplicare le citazioni. San Paolo sarebbe soddisfatto di vedere accolte e proclamate dal Concilio, con impressionanti riferimenti testuali, le sue rivelatrici dottrine su Cristo Signore.

E allora: se vogliamo comprendere, dicevamo, la dottrina centrale del Concilio, dobbiamo comprendere la Chiesa; ma per comprendere la Chiesa, dobbiamo tutto riferire a Cristo. Noi dicevamo che la Chiesa è, nel tempo, in continua costruzione. Bisogna ancora ricordare: chi è il vero architetto, il vero costruttore. Gesù riferisce a se stesso questa perenne operazione. «Io costruirò». Bisogna che riflettiamo alla posizione unica di Cristo nella Chiesa e nel mondo.

IL PRIMATO INEFFABILE DEL FIGLIO DI DIO NOSTRO SALVATORE
Egli è il capo. Perché è il principio: nulla è nella Chiesa, nell’umanità redenta e da redimere, che a Lui non si riferisca e da Lui non provenga. L’incarnazione porta la natura umana al suo grado più alto: in Cristo l’uomo si realizza in una suprema espressione: in «forma Dei» e «imago Dei» (cfr. 2 Cor. 4, 4). E perciò Cristo è il prototipo, il modello, l’esempio d’ogni umana perfezione. Non solo: è il Redentore, e perciò l’unico mediatore primario e sufficiente fra Dio e l’uomo; è l’autore della grazia, nessuno si salva senza di Lui; tutti dipendiamo dalla sua pienezza (Io. 1, 16). Per tre ragioni, scrive S. Tommaso, Cristo è capo della Chiesa: perché primo nell’ordine delle cose essenziali; primo nella perfezione, nella tipicità; e primo nell’efficacia della sua azione salvatrice (S. Th. 3, 8, 1).

V’è da meditare senza fine. Dobbiamo spingere il nostro pensiero, la nostra pietà in questa direzione, verso Cristo; e, in un certo senso (cioè quello che riconosce, in Lui, il primo, l’unico, il sommo, il necessario, l’universale) verso Lui solo. Non è da temere, così fissando in Cristo la nostra teologia, il nostro culto, la nostra vita spirituale, che venga meno la nostra devozione alla Madonna ed ai Santi: essa prende piuttosto la sua ragion d’essere, la sua proporzione e anche la sua attrattiva e la sua bellezza, proprio con ammirazione e con fiducia verso l’irradiazione dell’unica luce, ch’è Cristo.

Così non è da temere che l’esaltazione del Capo invisibile della Chiesa debba diminuire la giusta valutazione del capo visibile: che cosa sarebbe questo «uomo peccatore» (Luc. 5, 8) se non fosse di quello l’umile discepolo, il servitore, il ministro, lo strumento? Tutto egli deriva da Cristo, e quanto più da Lui riceve di autorità, di potere ministeriale della sua verità e della sua grazia, tanto più si inabissa nella confessione sovrana di Cristo; ed è allora che Cristo nel suo vicario appare maggiormente vivente ed operante.

UNA SUBLIME PREGHIERA NEL LIBRO DELLA «IMITAZIONE DI CRISTO»
Vi è una pagina dell’Imitazione di Cristo, che raccomandiamo alla vostra considerazione, anzi alla vostra pietà, come quella che può esprimere in accenti di preghiera e di emozione interiore questa collocazione superiore e centrale di Cristo nel quadro religioso, risultante dalla teologia conciliare. Eccone alcune frasi:

«Dammi, dolcissimo e amatissimo Gesù, di posare in Te
• al di sopra d’ogni creatura,
• al di sopra d’ogni salute e bellezza,
• al di sopra d’ogni gloria ed onore,
• al di sopra d’ogni potenza e dignità,
• al di sopra d’ogni scienza e sagacia,
• al di sopra di tutte le ricchezze e le arti,
• al di sopra d’ogni letizia ed esultanza,
• al di sopra d’ogni fama e lode,
• al di sopra d’ogni soavità e consolazione,
• al di sopra d’ogni speranza e promessa . . .
• al di sopra di tutte le cose visibili ed invisibili,
• e al di sopra di tutto ciò che non sii Tu, o mio Dio!» (3, 21).

Così, Figli carissimi, dobbiamo imparare a giudicare, a sentire, a pregare Nostro Signor Gesù Cristo. E così vi sostenga e vi guidi la Nostra Benedizione Apostolica.

Caro Fra Luigi – « Il soave profumo di Cristo… »

Posté : 3 juin, 2009 @ 4:55 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

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Buon giorno!
Ho letto con piacere quanto mi hai mandato, sia la Tua lettera, sia quella di Mosignor Enrico Ghezzi e il discorso tenuto dal Papa Giovanni Paolo Secondo alla Parrocchia di Padre Ghezzi. Desidero però soffermarmi sulla lettera di P. Ghezzi: il Padre sottolinea come in questo quarantennio si sono adoperati molto nelle ristrutturazioni e ammodernamento degli ambienti e delle attrezzature, ma poco , troppo poco del coinvolgimento dei Religiosi e sopratutto di seri investimenti nelle Risorse Umane riguardante la « Formazione » in senso lato, vale a dire sia Professionale sia Religiosa.

Alla luce di quanto sopradetto vorrei far notare che da molto tempo a questa parte i Priori sono supportati da Direttori Amministrativi; ciononostante mi sembra che non si sta sfruttando questo periodo come tempo di Grazia, dedicandoci di più alla Formazione e allo Studio per essere ancora Oggi dei Fatebenefratelli sì « Diversi » ma solo in questo modo portatori del Messagio dei Valori Eterni e della « Cartà » che ci può fare tutti Fratelli gratificati e realizzati per il Regno di Dio. Ciao. Buona Pentecoste e a risentirci. Saluti.

Fra Luigi Garbin o.h.

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03 Giugno 2009

Caro Fra Luigi,

questa mia è la nuova versione in risposta alla tua. La precedente è andata inspiegabilmente in fumo mentre te la inviavo, restandoti solo la preghiera. Spero che almeno questa giunga a buon fine.

Comincio col chiarirti una cosa: quando ti ho scritto che Don Enrico è monsignore, secondo lui anch’io avrei preso un abbaglio. Tu sai bene che a Roma si viene considerati se almeno si è monsignori o dottori. Qualcuno che in curia lo stima e lo considera, ha dedotto che egli dev’essere almeno monsignore e gli ha affibbiato il titolo in internet. Lui sostiene trattarsi di una bufala. Comunque, sia come sia, don Enrico è don Enrico e per noi è più che sufficiente. Mentre lui non ne soffre per non esserlo.

Sono contento che le mie ultime segnalazioni ti abbiano fatto bene al cuore.

Credo che la diagnosi stilata da Don Enrico corrisponda al vero. In un’altra circostanza mi ha scritto: “è come se si pretendesse di riformare la scuola cambiando i banchi”. Forse si è verificato proprio questo inconveniente.

Nella considerazione che fai sui Priori che da anni sono affiancati da Direttori Amministrativi, evidenzi senza dirlo che le “riforme conciliari” non possono essere decisioni prese a tavolino con circolari o delibere o atti capitolari, ma di altra natura se non si vuole che risultino fuochi di paglia. Pensa: può succedere persino alla Parola di Dio:

“«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
• Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.
• Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.
• Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.
• Chi ha orecchi, ascolti». (Mt 13, 1-23)

Anche oggi il Signore Gesù ci affianca lungo il cammino come il “misterioso forestiero” sulla Gerusalemme -Emmaus. Egli continua a sostenerci come aveva promesso: “sarò con voi fino alla fine”. Ma si rivela a una condizione: che si decida di ospitarlo: .

Questa espressione l’abbiamo messa in musica e la si canta. Ma se non è un desiderio sincero della Comunità e solo un’espressione cortese, un “tanto per dire”, si possono fare pie pratiche devote, inni e cantici, indire convegni nazionali ed internazionali, stampare libri ed articoli…e continuare a sentirsi sempre più soli e delusi.

Te la ricordi la Lettera Pastorale del Card. Martini dal titolo “Ripartire da Emmaus” ? Bisogna rispolverarla e rifarsi ad essa proprio nel momento in cui il Priore Generale propone di trasformare l’Ordine in Famiglia Ospedaliera. Tutto si può fare. Ma la casa sta in piedi solo se è costruita nel segno dello Spirito. Che vuol dire – come suggeriva Paolo VI –

Con il fuoco nel cuore
• la Parola sulle labbra
• la profezia nello sguardo

Se non impariamo la lezione di Emmaus, ogni iniziativa è desinata a deluderci ed il ripetersi delle frustrazioni non fanno che accumularci amarezza e condurci ad un vivere rassegnato.

L’anno Paolino giunge al termine. Sarebbe un peccato che anche questa opportunità di riscoprire il “realismo” che lo anima, andasse perduta dai membri della Provincia che di realismo hanno bisogno, più che di pane, bloccati come sono da incantesimi e parole magiche.

Il realismo di Paolo deriva dal fatto che egli ha permesso allo Spirito di sciogliere l’agitazione del suo cuore. A questa “peste di uomo” (cf At 24,5) il Signore Gesù affida la missione di essere Apostolo delle genti. Ma, dal canto suo Paolo si lascia afferrare, ferire e coinvolgere personalmente, fino a pagare di persona, con la stessa vita, la sua fedeltà.

(Alla fine della lettera, per comodità, ti riporto questo passo degli Atti che, mutatis mutandis, mi fa pensare alla fine umanamente ingloriosa di San Benedetto Menni, Priore Generale, fatto decadere, esiliato e morto in Francia. E’ avvenuto nel secolo lasciato alle spalle. Credo siano pagine come queste che possono restituire la carica persone anche avanti negli anni, perché donano il vigore spirituale di avanzare sulle difficoltà di ogni genere) .

Il Paolo convertito è l’uomo di prima: non è stato salvato dalla sua umanità, dai suoi limiti o dal suo carattere, ma attraverso tutto questo. Afferrato da Cristo, ha accettato la trasformazione del cuore, ha messo in discussione le sue radicate convinzioni, fino a diventare “sacramento”, cioè segno e strumento della salvezza che annuncia: “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo” . (1Cor 11,1).

A Sydbey, il 21 luglio 2008 Benedetto XVI ha detto ai giovani: “…I vostri sforzi hanno preparato il terreno perché lo Spirito scendesse con forza”. E’ lo stesso augurio che fai a me quando mi scrivi “Buona Pentecoste”. Io, tu, Enrico e tutti gli altri…siamo contadini chiamati a preparare il terreno. E’ la stessa missione di Paolo.

Hai mai pensato al significato della parola “culto” ? Ha una radice latina che significa proprio “coltivare”. Questo e il ruolo o vocazione: coltivare quotidianamente nella celebrazione e nella vita, ciò che Dio è.

Tu richiami il quarantennio scorso con una vena di delusione. Condivido la diagnosi che ne fa Don Enrico.

Chi più chi meno, abbiamo tutti coltivato ciò che abbiamo voluto. Abbiamo coltivato ciò che abbiamo pensato, ciò che ci è sembrato giusto (incluse le nostre pratiche religiose) . Forse non abbiamo coltivato, ossia non abbiamo prestato il vero culto a Dio: anziché servire Dio, ci siamo serviti di Lui. A lunga distanza, il conto da pagare risulta salato. Anche se il Signore Gesù è geneticamente portato al “condono”.

Guarda Paolo: ha capovolto tutto: dall’esperienza del Tempio è passato all’esperienza del Nuovo Tempio, Cristo Gesù, l’Agnello pasquale. L’esperienza è così radicale che può definire il corpo dei cristiani come “tempio di Dio” (cf 1Cor3, 16-17; 6, 18-20).

Sai, questo processo di personalizzazione del tempio Paolo lo esprime con il linguaggio liturgico che diventa così il terreno naturale dove si svolge la vita cristiana. Fatico a trovare sulle labbra dei tuoi confratelli quel linguaggio che trovo nel ministero apostolico dell’Apostolo: egli vive la sua vita come un culto che “presta a Dio nello Spirito” (cf Rm 1,9).

Se vai a leggerti la lettera alla comunità di Filippi, scopri che il suo è un sacrificio che si realizza in lui a vantaggio della vita dei Filippesi. Vita di fede che è denominata “thysia kai leitourgia”, ossia offerta sacrificale e attività liturgica” (cf Fil 2,17)

Per Paolo l’attività liturgica è ad ampio spettro. Per lui

• Attività liturgica è la raccolta di fondi per la comunità di Gerusalemme;
• Attività liturgica è l’incarico di Epafrodito, inviato dai Filippesi per assisterlo nei disagi della sua prigionia, prestandogli umili servizi. Anche lui è denominato “protagonista di un’azione liturgica)

Ti renderai conti che l’hospitalitas letta in questa prospettiva è una liturgia che va vissuta nel ruolo di protagonisti, non delegabile a nessuno, come non posso delegare di andare a Messa o dal dottore al mio posto.
• Posso allargare l’adesione all’assemblea liturgica della carità operosa ma non rifiutare l’invito, adducendo le scuse elencate nella parabola.
• Posso coinvolgere i laici ma non abdicare.

Nel capitolo 12 della Lettera ai Romani Paolo invita i cristiani di Roma a presentare a Dio tutti gli aspetti della vita nella sua concretezza: somata, ossia compresi i corpi). Questa vita di offerta, di donazione, di servizio, in conseguenza del battesimo e sotto la guida dello Spirito, è cosa santa e gradita a Dio. Quindi un vero culto che dà un senso alla vita, coinvolgendoci in tutte le nostre risorse. Così recita la vita monastica benedettina: “monaco è colui che veramente cerca Dio, che entra nel monastero alla scuola del servizio del Signore come alla scuola dell’amore, dove, nell’esercizio delle virtù e della fede, il cuore si dilata e la via dei divini precetti viene percorsa nell’indicibile soavità dell ‘amore.”

Tutto ciò sprigiona un “soave odore”, il “buon odore di Cristo”. Il Dr. Micheli passando nei reparti, con il profumo di pipa che lasciava nei corridoi, lal letto dei pazienti emanava anche il “bonus odor Christi”. Paolo sente che tutta la sua vita apostolica è come profumo offerto continuamente a Dio (cf 2Cor 2,14). E qui veniamo a punto dolente: per l’Apostolo persino l’attività burocratica e contabile della raccolta dei fondi per i poveri di Gerusalemme (cf 2 Cor 9,12), viene detta “liturgica”.

Ma guai a fraintendere: non si può andare a Monguzzo, magari celebrare l’Eucaristia e poi passare nella sala del Capitolo per parlare d’altro, finalmente di cose serie, come la “gestione carismatica” dei Centri, dimenticando l’atteggiamento essenziale incluso nella domanda che va posta dopo ogni Eucaristia:

“In questa situazione cosa lo Spirito Santo sta dicendo alla nostra Chiesa (cfr Ap 2,7)?
• E’ il Signore che non chiama?
• Siamo noi che non sentiamo?
• O che non vogliamo rispondere?
• Perché in una Chiesa per tanti versi così vivace non nascono vocazioni?”

Credi forse che, se la questione viene posta in questi termini, non pervenga dall’Alto la risposta?

Ti lascio con la preghiera della gioiosa speranza scritta dal Card. Martini all’inizio della Lettera Pastorale. Per diffondere questi messaggi tra confratelli, collaboratori e assistiti non occorrono né laurea né autorizzazioni né sacerdozio ministeriale, né corsi speciali… Basta la Cresima. Li troverai su internet, e, se vorrai, potrai segnalarli.

Insieme oranti, ti auguro buona giornata.
Caro Fra Luigi -

Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme, e il fiato quasi ci manca per l’ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un motivo ben più profondo.
Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo felici. La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme, lasciando il pranzo a metà sulla tavola, esprimono la certezza che tu ormai sei con noi. Ci hai incrociati poche ore fa su questa stessa strada, stanchi e delusi. Non ci hai abbandonati a noi stessi e alla nostra disperazione. Ci hai inquietati con i tuoi rimproveri. Ma soprattutto sei entrato dentro di noi. Ci hai svelato il segreto di Dio su di te, nascosto nelle pagine della Scrittura. Hai camminato con noi, come un amico paziente. Hai suggellato l’amicizia spezzando con noi il pane, hai acceso il nostro cuore perché riconoscessimo in te il Messia, il Salvatore di tutti. Così facendo, sei entrato dentro di noi.
Quando, sul far della sera, tu avevi accennato a proseguire il tuo cammino oltre Emmaus, noi ti pregammo di restare.
Ti rivolgeremo questa preghiera, spontanea e appassionata, infinite altre volte nella sera del nostro smarrimento, del nostro dolore, del nostro immenso desiderio di te. Ma ora comprendiamo che essa non raggiunge la verità ultima del nostro rapporto con te. Infatti tu sei sempre con noi. Siamo noi, invece, che non sempre restiamo con te, non dimoriamo in te. Per questo non sappiamo diventare la tua presenza accanto ai fratelli.
Per questo, o Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l’ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione.
Signore, Gerusalemme è ormai vicina. Abbiamo capito che essa non è più la città delle speranze fallite, della tomba desolata. Essa è la città della Cena, della Pasqua, della suprema fedeltà dell’amore di Dio per l’uomo, della nuova fraternità. Da essa muoveremo lungo le strade di tutto il mondo per essere testimoni della tua risurrezione.

  • A tutti i cercatori del tuo volto mostrati, Signore;
  • a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore;
  • con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare cammina Signore;
  • affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus;
  • e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori;
  • non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore. Aman.
  • paoloeilkerigmav10p050.jpg

    DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI 24, 5 ss.
    1Cinque giorni dopo, Ananìa, il sommo sacerdote, arrivò con alcuni capi del popolo e un avvocato che si chiamava Tertullo. Si presentarono al governatore Felice per dichiarare le loro accuse contro Paolo. 2Fu chiamato anche lui.
    Poi Tertullo cominciò la sua accusa dicendo: « Per merito tuo, eccellentissimo Felice, noi godiamo di una lunga pace. Tu hai provveduto a concedere a questa nazione alcune riforme. 3Noi accogliamo tutto ciò con la più profonda gratitudine. 4Ma non ti voglio far perdere troppo tempo; perciò ti prego di ascoltare, nella tua bontà, quel che brevemente abbiamo da dirti.
    5″Quest’uomo, secondo noi, è estremamente pericoloso. Egli è capo del gruppo dei nazirei, e provoca disordini dappertutto tra gli Ebrei sparsi nel mondo. 6Ha tentato perfino di profanare il Tempio, noi l’abbiamo arrestato. ( 7) 8Se tu lo interroghi potrai accertarti di tutte queste cose delle quali noi lo accusiamo ».
    9Anche gli Ebrei appoggiarono l’accusa di Tertullo e dissero che i fatti stavano proprio così.

    Paolo si difende davanti al governatore Felice
    10Il governatore fece un cenno a Paolo di parlare. Allora egli cominciò a dire: « So che da molti anni sei giudice di questo popolo. Perciò con fiducia parlerò in mia difesa. 11Sono venuto a Gerusalemme appena dodici giorni fa, per pregare nel Tempio; è un fatto questo che tu stesso puoi controllare. 12Gli Ebrei non mi hanno mai trovato nel Tempio a discutere con qualcuno o a mettere confusione tra la folla. Neppure nelle sinagoghe o per la città. 13Essi non possono dimostrare le accuse che ora lanciano contro di me. 14Ma ti dichiaro questo: io seguo quella nuova dottrina che essi considerano falsa. Io però riconosco e servo solo il Dio dei nostri padri e accetto tutto quel che è scritto nella Legge di Mosè e nei libri dei profeti. 15Come loro, io ho questa sicura speranza nel Signore: che tutti gli uomini, sia buoni che malvagi, risorgeranno dai morti. 16Per questo cerco anch’io di conservare sempre una coscienza pura dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.
    17″Ora, dopo molti anni, sono tornato per portare degli aiuti al mio popolo e per offrire sacrifici. 18Proprio durante questi riti, gli Ebrei mi hanno trovato nel Tempio: stavo partecipando alla cerimonia della purificazione e non c’era folla né agitazione di popolo. 19C’erano però alcuni Ebrei della provincia d’Asia: questi sì dovrebbero essere qui davanti a te per accusarmi se proprio hanno qualcosa contro di me. 20Oppure, lo dicano quelli che sono qui ora, se hanno trovato in me qualche colpa quando sono stato portato al tribunale ebraico. 21L’unica cosa che potrebbero dire è, che una volta, stando in mezzo a loro, io gridai: Oggi, io vengo processato davanti a voi perché credo nella risurrezione dei morti ».
    22Felice era molto ben informato sulla fede cristiana; perciò mandò via gli accusatori di Paolo dicendo: « Quando verrà il comandante Lisia, allora esaminerò il vostro caso ».
    23Poi ordinò al capo dei soldati di fare la guardia a Paolo e di concedergli una certa libertà. Tutti gli amici di Paolo potevano andare da lui per aiutarlo.

    Paolo in carcere si incontra con Felice e Drusilla
    24Alcuni giorni dopo, Felice fece chiamare Paolo per sentirlo parlare della fede in Cristo Gesù: era presente anche sua moglie, Drusilla che era ebrea. 25Ma quando Paolo cominciò a parlare del giusto modo di vivere, del dovere di dominare gli istinti e del giudizio futuro di Dio, Felice si spaventò e disse: « Basta, per ora puoi andare. Quando avrò tempo ti farò richiamare ». 26Intanto sperava di poter ricevere da Paolo un po’ di soldi: per questo lo faceva chiamare abbastanza spesso e parlava con lui.
    27Trascorsero così due anni. Poi al posto di Felice venne Porcio Festo. Ma Felice voleva fare un altro favore agli Ebrei, e lasciò Paolo in prigione.

    25 – PAOLO FA RICORSO ALL’IMPERATORE
    1Il governatore Festo, dunque, arrivò nella sua provincia e dopo tre giorni salì dalla città di Cesarèa a Gerusalemme.
    2Subito vennero da lui i capi dei sacerdoti e i capi degli Ebrei e presentarono le loro accuse contro Paolo. Con molta insistenza, 3per l’odio che avevano contro Paolo, chiesero a Festo il favore di farlo condurre a Gerusalemme. Stavano infatti preparando un tranello per ammazzarlo durante il viaggio.
    4Ma Festo rispose: « Paolo deve restare in prigione a Cesarèa. Anch’io vi tornerò presto. 5Quelli tra voi che hanno autorità vengano con me a Cesarèa, e se quest’uomo è colpevole di qualche cosa, là lo potranno accusare ».
    6Festo rimase a Gerusalemme ancora otto o dieci giorni, poi ritornò a Cesarèa. Il giorno dopo aprì il processo e fece portare Paolo in tribunale.
    7Appena arrivò, gli Ebrei venuti da Gerusalemme lo circondarono e lanciarono contro di lui molte gravi accuse. Essi però non erano capaci di provarle.
    8Paolo allora parlò in sua difesa e disse:
    - Io non ho fatto niente di male: né contro la Legge degli Ebrei, né contro il Tempio e neppure contro l’imperatore romano.
    9Festo però voleva fare un favore agli Ebrei; perciò domandò a Paolo:
    - Accetti di andare a Gerusalemme? Il processo per queste accuse potrebbe essere fatto là, davanti a me.
    10Ma Paolo rispose:
    - Mi trovo davanti al tribunale dell’imperatore: qui devo essere processato. Io non ho fatto nessun torto agli Ebrei e tu lo sai molto bene. 11Se dunque sono colpevole e ho fatto qualcosa che merita la morte, io non rifiuto di morire. Ma se non c’è niente di vero nelle accuse che questa gente lancia contro di me, nessuno ha potere di consegnarmi a loro. Io faccio ricorso all’imperatore.
    12Allora Festo si consultò con i suoi consiglieri. Poi decise:
    - Tu hai fatto ricorso all’imperatore e dall’imperatore andrai.

    Paolo dinanzi al re Agrippa e a Berenìce
    13Alcuni giorni dopo il re Agrippa e sua sorella Berenìce arrivarono a Cesarèa per salutare Festo. 14Siccome si fermarono parecchi giorni, Festo raccontò al re il caso di Paolo. Gli disse:
    « Il governatore Felice mi ha lasciato qui un prigioniero. 15Quando io mi trovavo a Gerusalemme vennero da me i capi dei sacerdoti e i capi degli Ebrei per accusarlo e mi domandarono di condannarlo. 16Risposi loro che i Romani non hanno l’abitudine di condannare un uomo prima che egli abbia la possibilità di difendersi davanti ai suoi accusatori. 17I capi dei sacerdoti e i capi degli Ebrei vennero dunque qui da me, e io, senza perder tempo, il giorno dopo cominciai il processo e vi feci condurre anche Paolo. 18Quelli che lo accusavano si misero attorno a lui, e io pensavo che lo avrebbero accusato di alcuni delitti. Invece no: 19si trattava solo di questioni che riguardano la loro religione e un certo Gesù, che è morto, mentre Paolo sosteneva che è ancora vivo. 20Di fronte a un caso come questo io non sapevo che decisione prendere; perciò domandai a Paolo se accettava di andare a Gerusalemme e di essere processato in quella città. 21Ma Paolo fece ricorso e volle che la sua causa fosse riservata all’imperatore. Allora ho comandato di tenerlo in prigione fino a quando non potrò mandarlo all’imperatore ».
    22A questo punto il re Agrippa disse al governatore Festo:
    - Avrei piacere anch’io di ascoltare quest’uomo!
    E Festo gli rispose:
    - Domani lo potrai ascoltare.
    23Il giorno dopo, Agrippa e Berenìce arrivarono con grande seguito ed entrarono nell’aula delle udienze, accompagnati dai comandanti e dai cittadini più importanti.
    Festo fece venire Paolo 24e disse:
    - Re Agrippa e voi cittadini tutti, qui presenti con noi: questo è l’uomo per il quale il popolo degli Ebrei si è rivolto a me a Gerusalemme e in questa città. Essi pretendono di farlo morire; 25io invece mi sono convinto che egli non ha commesso niente che meriti la condanna a morte. Ora egli ha fatto ricorso all’imperatore e io ho deciso di mandarlo a lui. 26Sul suo caso però non ho nulla di preciso da scrivere all’imperatore. Perciò ho voluto condurlo qui davanti a voi e specialmente davanti a te, re Agrippa, per avere, dopo questa udienza, qualcosa da scrivere all’imperatore. 27Mi sembra assurdo infatti mandare a Roma un prigioniero senza indicare le accuse che si fanno contro di lui.

    26 – PAOLO SI DIFENDE DI FRONTE AD AGRIPPA
    1Il re Agrippa disse a Paolo:
    - Ora tu puoi difenderti. Allora Paolo fece un cenno con la mano e si difese così:
    2″Sono contento, o re Agrippa, di potermi difendere oggi, davanti a te, di tutte le accuse che gli Ebrei lanciano contro di me. 3So che tu conosci molto bene le usanze e le questioni religiose degli Ebrei. Ti prego dunque di ascoltarmi con pazienza.
    4″Tutti gli Ebrei sono al corrente della mia vita: fin da quando ero ragazzo ho vissuto tra il mio popolo, a Gerusalemme. 5E tutti sanno anche, da molto tempo, che io ero fariseo e vivevo nel gruppo più rigoroso della nostra religione. Se vogliono, essi lo possono testimoniare. 6Ora invece mi trovo sotto processo, perché spero nella promessa che Dio ha fatto ai nostri padri. 7Anche le dodici tribù del nostro popolo servono Dio con perseveranza giorno e notte, perché sperano di vedere realizzata questa promessa. Proprio per questa speranza, o re, io sono accusato dagli Ebrei. 8Perché ritenete assurdo che Dio faccia ritornare i morti alla vita?
    9″Anch’io una volta credevo di dover combattere contro Gesù, il Nazareno, 10ed è quello che ho fatto in Gerusalemme. I capi dei sacerdoti mi avevano dato un potere speciale, e io gettai in prigione molti cristiani. E quando essi venivano condannati a morte, anch’io votavo contro di loro. 11Spesso andavo da una sinagoga all’altra per costringerli con torture a bestemmiare. Ero crudele contro i cristiani senza alcun riguardo, e li perseguitavo anche nelle città straniere.
    12″Un giorno però stavo andando a Damasco: i capi dei sacerdoti mi avevano autorizzato, dandomi pieni poteri. 13Durante il viaggio, o re Agrippa, io vidi, in pieno giorno, una luce che scendeva dal cielo e sfolgorava intorno a me e a quelli che mi accompagnavano: era più forte del sole. 14Tutti cademmo a terra, e io sentii una voce in ebraico che diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Perché ti rivolti come fa un animale quando il suo padrone lo pungola?
    15″Io domandai: Chi sei Signore?

    « Allora il Signore rispose: Io sono Gesù, quello che tu perseguiti. 16Ma ora àlzati e sta’ in piedi. Io ti sono apparso per fare di te un mio servitore. Tu mi renderai testimonianza dicendo quello che hai visto oggi e proclamando quello che ti rivelerò ancora. 17Io ti libererò da tutti i pericoli, quando ti manderò dagli Ebrei e dai pagani. 18Andrai da loro per aprire i loro occhi, per farli passare dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio. Quelli che crederanno in me riceveranno il perdono dei loro peccati e faranno parte del mio popolo santo.
    19″Perciò, o re Agrippa, io non ho disubbidito a questa apparizione celeste, 20ma mi sono messo a predicare prima agli abitanti di Damasco e di Gerusalemme, poi a quelli della provincia della Giudea e anche ai pagani. A tutti dicevo di cambiar vita e di ritornare all’unico Dio mostrando con le azioni la sincerità della loro conversione. 21Questo è il motivo per il quale gli Ebrei mi arrestarono mentre ero nel Tempio e tentarono di uccidermi. 22Ma Dio mi ha dato il suo aiuto fino ad oggi: per questo sono testimone di Cristo davanti a tutti, piccoli e grandi. Io dico soltanto quello che gli scritti dei profeti e la Legge di Mosè avevano previsto per il futuro: 23e cioè che il Messia doveva soffrire, che doveva essere il primo a risuscitare dai morti, e che doveva portare al popolo di Israele e ai pagani una luminosa speranza ».

    Paolo invita il re Agrippa a credere
    24Mentre Paolo parlava così per difendersi, il governatore Festo disse ad alta voce:
    - Tu sei pazzo, Paolo! Hai studiato troppo e sei diventato matto!
    25Ma Paolo gli rispose:
    - Io non sono pazzo, eccellentissimo Festo; sto dicendo cose vere e ragionevoli. 26Il re Agrippa conosce bene queste cose e a lui posso parlare con franchezza. I fatti dei quali sto parlando non sono accaduti in segreto: per questo io penso che egli li conosce tutti. 27Re Agrippa, credi alle promesse dei profeti? Io so che tu ci credi!
    28Agrippa allora rispose a Paolo:
    - Ancora un po’ e tu mi convincerai a farmi cristiano.
    29Paolo gli disse:
    - Io non so quanto manca alla tua conversione. Vorrei però chiedere a Dio che non solo tu, ma tutti quelli che oggi mi ascoltano diventino simili a me, tranne ovviamente per queste catene.
    30Allora il re Agrippa si alzò e con lui anche il governatore Festo, Berenìce e tutti quelli che avevano partecipato alla seduta. 31Mentre si allontanavano parlavano insieme e dicevano: « Quest’uomo non ha fatto niente che meriti la morte o la prigione ». Agrippa disse a Festo: « Se non avesse fatto ricorso all’imperatore, quest’uomo poteva essere liberato ».

    27 INIZIA IL VIAGGIO DI PAOLO VERSO ROMA

    Quando decisero di farci partire per l’Italia, consegnarono Paolo e alcuni altri prigionieri a un ufficiale, un certo Giulio, che apparteneva al reggimento imperiale. 2Salimmo a bordo di una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e si partì. C’era con noi Aristarco, un cittadino macédone, originario di Tessalonica. 3Il giorno seguente arrivammo nella città di Sidone; qui Giulio gentilmente permise a Paolo di andare a trovare i suoi amici che lo ospitarono e lo circondarono di premure.
    4Poi partimmo da Sidone. Il vento soffiava in senso contrario e noi allora navigammo al riparo dell’isola di Cipro. 5Costeggiammo la Cilicia e la Panfilia e arrivammo alla città di Mira, nella regione della Licia.
    6Qui l’ufficiale Giulio trovò una nave di Alessandria diretta verso l’Italia e ci fece salire su di essa. 7Navigammo lentamente per molti giorni, e solo a gran fatica arrivammo all’altezza della città di Cnido. Ma il vento non ci era favorevole; perciò navigammo al riparo dell’isola di Creta, presso capo Salmòne. 8Con molta difficoltà ci fu possibile costeggiare l’isola e finalmente arrivammo a una località chiamata « Buoni Porti », vicino alla città di Laséa.
    9Avevamo perso molto tempo. Era già passato anche il periodo del digiuno ebraico d’autunno, ed era ormai pericoloso continuare la navigazione. Paolo l’aveva fatto notare, dicendo ai marinai: 10″Io vedo che questo viaggio sta diventando molto pericoloso, non soltanto per la nave e il carico ma anche per tutti noi che rischiamo di perdere la vita ». 11Ma Giulio, l’ufficiale romano, dette ascolto al parere del pilota e del padrone della nave e non alle parole di Paolo. 12D’altra parte, la località di « Buoni Porti » era poco adatta per passarvi l’inverno: perciò la maggior parte dei passeggeri decise di ripartire per raggiungere possibilmente Fenice, porto di Creta, aperto a sud-ovest: là si poteva passare l’inverno.

    La tempesta e il naufragio
    13Intanto si alzò un leggero vento del sud, ed essi credettero di poter realizzare il loro progetto. Levarono le ancore e ripresero a navigare, tenendosi il più possibile vicino alle coste dell’isola di Creta. 14Ma subito si scatenò sull’isola un vento impetuoso, detto Euroaquilone 15La nave fu travolta dalla bufera: era impossibile resistere al vento, e perciò ci lasciavamo portare alla deriva.
    16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Càudas, a fatica riuscimmo a prendere la scialuppa di salvataggio. 17I marinai la tirarono a bordo e con gli attrezzi cominciarono a legare la struttura della nave per renderla più forte. Poi, per paura di andare a finire sui banchi di sabbia della Libia, i marinai gettarono l’ancora galleggiante e così si andava alla deriva.
    18La tempesta continuava a sbatterci qua e là con violenza: perciò, il giorno dopo, si cominciò a gettare in mare il carico. 19Il terzo giorno, i marinai stessi scaricarono con le loro mani anche gli attrezzi della nave. 20Per parecchi giorni non si riuscì a vedere né il sole né le stelle, e la tempesta continuava sempre più forte. Ogni speranza di salvarci era ormai perduta per noi.
    21Da molto tempo nessuno più mangiava. Allora Paolo si alzò in mezzo ai passeggeri e disse: « Amici, se mi davate ascolto e non partivamo da Creta, avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ora però vi raccomando di avere coraggio. Soltanto la nave andrà perduta: ma nessuno di noi morirà. 23Questa notte, infatti, mi è apparso un angelo di quel Dio che io servo e al quale io appartengo. 24Egli mi ha detto: « Non temere, Paolo! Tu dovrai comparire davanti all’imperatore e Dio, nella sua bontà, ti dona anche la vita dei tuoi compagni di viaggio ». 25Perciò fatevi coraggio, amici! Ho fiducia in Dio: sono sicuro che accadrà come mi è stato detto. 26Andremo a finire su qualche isola ».

    27Da due settimane noi ci trovavamo alla deriva nel mare Mediterraneo quand’ecco, verso mezzanotte, i marinai ebbero l’impressione di trovarsi vicino a terra. 28Gettarono lo scandaglio e misurarono circa quaranta metri di profondità. Un po’ più avanti provarono di nuovo e misurarono circa trenta metri di profondità. 29Allora, per paura di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, e aspettarono con ansia la prima luce del giorno. 30Ma i marinai cercavano di fuggire dalla nave: per questo stavano calando in mare la scialuppa di salvataggio, col pretesto di gettare le ancore da prora. 31Allora Paolo disse all’ufficiale e ai soldati: « Se i marinai non restano sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo ». 32Subito i soldati tagliarono le corde che sostenevano la scialuppa di salvataggio e la lasciarono cadere in mare.
    33Nell’attesa che spuntasse il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo. Diceva: « Da due settimane vivete sotto questo incubo senza mangiare. 34Per questo vi prego di mangiare: dovete farlo, se volete mettervi in salvo. Nessuno di voi perderà neppure un capello ».
    35Dopo queste parole Paolo prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e incominciò a mangiare. 36Tutti si sentirono incoraggiati e si misero a mangiare anche loro. 37Sulla nave vi erano in tutto duecentosettantasei persone. 38Quando tutti ebbero mangiato a sufficienza, gettarono in mare il frumento per alleggerire la nave.

    Il naufragio
    39Spuntò il giorno, ma i marinai non riconobbero la terra alla quale ci eravamo avvicinati. Videro però un’insenatura che aveva una spiaggia e decisero di fare il possibile per spingervi la nave. 40Staccarono le ancore e le abbandonarono in mare. Nello stesso tempo slegarono le corde dei timoni, spiegarono al vento la vela principale e così poterono muoversi verso la spiaggia. 41Ma andarono a sbattere contro un banco di sabbia, e la nave si incagliò. Mentre la prua, incastrata sul fondo, rimaneva immobile, la poppa invece minacciava di sfasciarsi sotto i colpi delle onde.
    42I soldati allora pensarono di uccidere i prigionieri: avevano paura che fuggissero gettandosi in mare. 43Ma l’ufficiale voleva salvare Paolo e perciò impedì loro di attuare questo progetto. Anzi, comandò a quelli capaci di nuotare di gettarsi per primi in acqua per raggiungere la terra. 44Gli altri fecero lo stesso, aiutandosi con tavole di legno e rottami della nave. In questa maniera tutti arrivarono a terra sani e salvi.

    28 – PAOLO NELL’ISOLA DI MALTA

    Dopo essere scampati al pericolo, venimmo a sapere che quell’isola si chiamava Malta. 2I suoi abitanti ci trattarono con gentilezza: siccome si era messo a piovere e faceva freddo, essi ci radunarono tutti intorno a un gran fuoco che avevano acceso.
    3Anche Paolo raccolse un fascio di rami per gettarlo nel fuoco; ma ecco che una vipera, a causa del calore, saltò fuori e si attaccò alla sua mano. 4La gente del luogo, come vide la vipera che pendeva dalla mano di Paolo, diceva fra sé: « Certamente questo uomo è un assassino: infatti si è salvato dal mare, ma ora la giustizia di Dio non lo lascia più vivere ».
    5Ma Paolo, con un colpo, gettò la vipera nel fuoco e non ne ebbe alcun male. 6La gente invece si aspettava che la mano di Paolo si gonfiasse, oppure che Paolo cadesse a terra morto sul colpo. Aspettarono un bel po’, ma alla fine dovettero costatare che Paolo non aveva alcun male. Allora cambiarono parere e dicevano: « Questo uomo è un dio ».
    7Vicino a quel luogo, aveva i suoi possedimenti il governatore dell’isola, un certo Publio. Egli ci accolse e ci ospitò per tre giorni con grande cortesia.
    8Un giorno il padre di Publio si ammalò di dissenteria ed era a letto con febbre alta. Paolo andò a visitarlo: pregò, stese le mani su lui e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che erano ammalati, vennero da Paolo e furono guariti. 10I maltesi perciò ci trattarono con grandi onori, e al momento della nostra partenza ci diedero tutto quello che era necessario per il viaggio.

    Paolo arriva a Roma11Dopo tre mesi ci imbarcammo su una nave della città di Alessandria che aveva passato l’inverno in quell’isola. La nave si chiamava « I Diòscuri ». 12Arrivammo a Siracusa e qui rimanemmo tre giorni. 13Poi, navigando lungo la costa, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò il vento del sud e così in due giorni potemmo arrivare a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni cristiani che ci invitarono a restare una settimana con loro. Infine partimmo per Roma. 15I cristiani di Roma furono avvertiti del nostro arrivo e ci vennero incontro fino al Foro Appio e alle Tre Taverne. Appena li vide, Paolo ringraziò il Signore e si sentì molto incoraggiato.
    16Arrivati a Roma, fu permesso a Paolo di abitare per suo conto, con un soldato di guardia.

    Paolo predica a Roma17Dopo tre giorni, Paolo fece chiamare i capi degli Ebrei di Roma. Quando furono riuniti disse loro:
    - Fratelli, io non ho fatto nulla contro il nostro popolo e le tradizioni dei padri. Eppure a Gerusalemme gli Ebrei mi hanno arrestato e mi hanno consegnato ai Romani. 18I Romani mi hanno interrogato e volevano lasciarmi libero perché non trovavano in me nessuna colpa che meritasse la morte. 19Ma gli Ebrei si sono opposti a questa decisione, e allora sono stato costretto a fare ricorso all’imperatore. Io però non ho alcuna intenzione di portare accuse contro il mio popolo. 20Per questo motivo ho chiesto di vedervi e di parlarvi. Infatti io porto queste catene a causa di colui che il popolo di Israele ha sempre aspettato.
    21Gli risposero:
    - Noi non abbiamo ricevuto dalla Giudea nessuna lettera che ti riguarda, e nessuno dei nostri fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Tuttavia, noi vorremmo ascoltare da te quel che pensi: perché abbiamo saputo che la setta alla quale tu appartieni, un po’ dappertutto trova delle opposizioni.
    23Poi si diedero un appuntamento.
    Nel giorno fissato, vennero nell’alloggio di Paolo ancor più numerosi. Dal mattino fino alla sera Paolo dava spiegazioni e annunziava loro il regno di Dio. Partendo dalla legge di Mosè e dagli scritti dei profeti, Paolo cercava di convincerli a credere in Gesù. 24Alcuni si lasciarono convincere dalle parole di Paolo, altri invece non vollero credere. 25Senza essere d’accordo tra loro, se ne andavano via mentre Paolo aggiungeva soltanto queste parole: « Lo Spirito Santo aveva ragione quando, per mezzo del profeta Isaia, disse ai vostri padri:
    26Va’ da questo popolo e parlagli così:
    Ascolterete e non capirete;
    guarderete e non vedrete
    27perché il cuore di questo popolo
    è diventato insensibile:
    sono diventati duri d’orecchi,
    hanno chiuso gli occhi,
    per non vedere con gli occhi,
    per non sentire con gli orecchi,
    per non comprendere con il cuore,
    per non tornare a Dio,
    per non lasciarsi guarire da lui ».
    28Poi Paolo aggiunse: « Sappiate che questa salvezza Dio ora l’ha rivolta ai pagani, ed essi l’accoglieranno ». 29
    30Paolo rimase due anni interi nella casa che aveva preso in affitto, e riceveva tutti quelli che andavano da lui. 31Egli annunziava il regno di Dio e insegnava tutto quello che riguarda il Signore Gesù Cristo con grande coraggio e senza essere ostacolato.

    Posté : 25 mai, 2009 @ 3:50 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

    camminosantoniodapadovadscn2149.jpg

    Grazie, speravo che tu capissi…

    Per quanto riguarda i miei passi…sono sempre quelli, piccole gocce ma di un importante oceano…

    Ritorno da Padova proprio da poche ore e caldo a parte devo dire che è stato proprio bello.strong>

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    Ho fatto l’itinerario antoniano cioè Padova – Arcella (luogo in cui è morto) e Camposampiero, luogo reso importante dalla visione di Gesù bambino e luogo da cui è partito per l’ultima volta per tornare a Padova… luoghi molto semplici ma ricchi di fascino spirituale, e non da meno artistico…

    Mi ero preparata tante cose da dire e da fare ma poi è andato tutto diversamente…strong>
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    S. Antonio raccomandava la confessione e così, sul suo esempio, mi sono abbandonata alla misericordia del Signore. Il frate mi ha detto che l’umiltà è la sola caratteristica che ci rende veri discepoli di Cristo…su imitazione del Padre Francesco… e allora domando che il Signore mi renda attenta a capire la sua volontà e converta al mio cuore alla vera umiltà….

    PS. . Ho visto l’e-mail sul sito e ti volevo ringraziare per le due immagini che hai allegato…in particolare quella del « Santo ». Fantastica!!!

    valery
     dans LETTERE AGLI AMICI

    Cara Valeria… – Il frate mi ha detto…

    Posté : 25 mai, 2009 @ 3:40 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

    Cara Valeria... - Il frate mi ha detto... dans LETTERE AGLI AMICI camminosantoniodapadovadscn2149
    Cara Valeria,

    Ti ricordo sempre e spero che la tua ascesi continui. Quando hai tempo e voglia, dammi tue notizie. Le tue ultime sono qui:

    http://angulo.unblog.fr/2009/04/12/via-crucis-con-uil-papa-valeria/

    L’Ausiliatrice ti sostenga nel tuo cammino ascensionale.

    Fatti sentire ogni tanto, Mi fa davvero piacere.

    Buona notte.

    Angelo Nocent
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    Grazie, speravo che tu capissi…

    Per quanto riguarda i miei passi…sono sempre quelli, piccole gocce ma di un importante oceano…

    Ritorno da Padova proprio da poche ore e caldo a parte devo dire che è stato proprio bello.

    Ho fatto l’itinerario antoniano cioè Padova – Arcella (luogo in cui è morto) e Camposampiero, luogo reso importante dalla visione di Gesù bambino e luogo da cui è partito per l’ultima volta per tornare a Padova… luoghi molto semplici ma ricchi di fascino spirituale, e non da meno artistico…

    Mi ero preparata tante cose da dire e da fare ma poi è andato tutto diversamente…
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    S. Antonio raccomandava la confessione e così, sul suo esempio, mi sono abbandonata alla misericordia del Signore. Il frate mi ha detto che l’umiltà è la sola caratteristica che ci rende veri discepoli di Cristo…su imitazione del Padre Francesco… E allora domando che il Signore mi renda attenta a capire la sua volontà e converta il mio cuore alla vera umiltà….

    PS. . Ho visto l’e-mail sul sito e ti volevo ringraziare per le due immagini che hai allegato…in particolare quella del « Santo ». Fantastica!!!

    valery

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    IMPORTANTI NOTE LOGISTICHE
    Il cammino si snoda attraverso un lungo percorso di 25 Km con strade sterrate e lungo gli argini di un canale. Pertanto è vivamente consigliato avere un equipaggiamento adeguato; ecco l’essenziale: portare scarpe adatte al cammino e un abbigliamento consono, acqua (non ci sono punti di ristoro durante il cammino), un cappellino e k-way in caso di pioggia, una torcia elettrica. Si tenga presente che il pellegrinaggio in notturna, per quanto affascinante, risulta oltremodo più faticoso!! Il ritorno a Camposampiero per chi vi è giunto in macchina, sarà comodo in treno. L’organizzazione è volutamente minima ed essenziale. I frati e i sacerdoti presenti guideranno il cammino e la proposta spirituale.

    cammino2dscn2209 dans LETTERE AGLI AMICI

    LO SPIRITO SOTTO FORMA DI « LINGUE » – Don Enrico Ghezzi

    Posté : 24 mai, 2009 @ 8:02 dans LETTERE AGLI AMICI, UMANIZZARE O DIVINIZZARE? | Pas de commentaires »

    santamariadellortoroma.jpg

    Chiesa di Santa Maria dell’Orto – Roma

    Carissimo Don Enrico,

     

                                        ho ritenuto di pubblicare sul blog, senza nemmeno chiedertelo, le tue preziose considerazioni perché sono sincere e diagnosticano i mali che affliggono questa e tante altre situazioni analoghe.

    Se c’è una vena di amarezza e di sfiducia nel tuo dire, alla fine però emerge la tua fede, convinto come sei che l’ultima parola spetta a Lui, lo Spirito Santo che ha promesso di restare con noi, proprio perché ci sa inclini alle sbandate « politicamente corrette ».

    Mi scrivi che « La Pentecoste, inaugura ogni volta il tempo della speranza: è ancora il ‘fuoco’ (ricordi Giovanni di Dio?) sotto forma di ‘lingue’ che deve divampare nel cuore degli uomini e delle donne: è il tempo di ripetere come invocazione, più volte al giorno ‘Vieni Signore Gesù, vieni Santo Spirito’! ». E’ bellisima l’idea che la Parola condivisa accenda l’interiorità. E’ il faticosissimo processo di divinizzazione in atto.

    Mi auguro che tu trovi il tempo per allargare la riflessione e, con la tua competenza ed esperienza, possa dare coraggio e speranza a chi è nella « notte oscura ».

    « Portate gli uni i pesi degli altri…« , in questo caso vuol dire portare speranza in mezzo a tante delusioni, illuminare le coscienze, l’opera di misericordia di portare la verità e la libertà dei figli di Dio. Per l’intercessione di Santa Maria dell’Orto, di cui riproduco l’effigie che ti è cara e che si venera nell’antica chiesa dove svolgi attualmente il tuo ministero romano.

    Angelo

     

    Caro Angelo,

                             ho letto, in parte, la tua lunghissima lettera: complimenti per la tua competenza biblico-teologica, citando uno degli ultimi grandi biblisti dei nostri giorni.

    Non so quanto potrà servire a questi nostri fratellini. Dentro di loro si è peduta l’anima, l’ideale e la passione. Rimane la buona fede e la povertà di riflessione.

    Cosa fare, se tutta l’attenzione degli ultimi anni è stata quella di ‘cambiare’ immergendosi nella dinamica di trasformazione dei locali, delle esigenze sacrosante di riformare l’apparato medico-funzionale?

    Lì è il grande equivoco: mi convinco che ‘rinnovare‘ sia identico al trasformare materiale. Quando questo evento perdura per lunghi anni e diverse generazioni, allora le conseguenze sono evidenti: che farò quando ho speso tutte le forze per dire che anch’io ‘esisto‘ , che anch’io sono nell’ingranaggio produttivo per cui devo contare, devo far parlare di me ecc.?

    Tutto questo si può anche fare o desiderare, ma nel frattempo debbo approfondire il ‘senso’ del mio eistere, l’anima della mia vita, la passione che mi ha guidato; questo è il valore della ‘tradizione’, un saper riproporre il fuoco della carità evangelica, in ‘vasi nuovi’, in nuove speranze di amore verso questa umanità.

    Io non escludo che questo ci possa anche essere stato, ma in modo confuso, senza una stella polare, fermandosi e confermandosi per decenni su uomini e idee, che nascondevano un abisso di desiderio di potere, di ricchezza, di libertà personale, a scapito di ogni rispetto di idee e prospettive che venivano man mano suggerite e indicate.

    Ora è troppo tardi, e il tuo strordinario contributo, da quelli che riusciranno a comprenderlo, sarà guardato con infinita amarezza e sofferenza, ma anche trascurato da tutti quelli che non riescono a uscire da una pura visione di gestire il concreto in cui sono immersi.

    Ti dirò che questa è una situazione allargata ad ampi strati della Chiesa, che non riesce a ritrovare la forza per il volo inaugurato dal Concilio che abbiamo così tanto amato.

    La Pentecoste, inaugura ogni volta il tempo della speranza: è ancora il ‘fuoco’ (ricordi Giovanni di Dio?) sotto forma di ‘lingue’ che deve divampare nel cuore degli uomini e delle donne: è il tempo di ripetere come invocazione, più volte al giorno ‘Vieni Signore Gesù, vieni Santo Spirito’!

    Con grande affetto.

    don Enrico.

     

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    Sono certo che gradirai ricordare una data importante del tuo ministero parrocchiale: la visita del Vescovo di Roma:VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN VIGILIO


    OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
    Domenica, 7 novembre 1993

    Arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze” (Mt 25, 10).

     

    1. Carissimi fratelli e sorelle della Parrocchia di San Vigilio, la pagina evangelica dell’odierna domenica narra la parabola delle vergini invitate alle nozze. La festa nuziale, nel linguaggio di Gesù, è un simbolo. Gesù come Sposo è un grande simbolo del Nuovo Testamento, simbolo del Regno dei cieli, della salvezza finale, della vita beata, realtà alla quale siamo tutti chiamati e che, nel disegno divino come pure nel desiderio dell’uomo, rappresenta il termine ultimo dell’esistenza, il compimento della nostra vocazione cristiana. A questa salvezza bisogna tendere con perseveranza e senso di grande responsabilità (cf. Fil 2, 12).

    Il testo dell’evangelista Matteo presenta due categorie di persone, entrambe desiderose di entrare alla festa e tuttavia radicalmente differenti per il loro comportamento. Un primo gruppo è formato di vergini “sagge”, le quali, prevedendo che l’attesa avrebbe potuto prolungarsi, portano con sé, insieme con le lampade per rischiarare la notte, anche la scorta di olio per alimentarle. L’altro gruppo invece è costituito da quelle che non vi hanno pensato e all’arrivo dello sposo si trovano con le fiammelle vacillanti e nell’impossibilità di rifornirsi di olio. Il risultato è ineluttabile: le prime entrano e le altre restano escluse, vittime della loro stessa stoltezza. Gesù conclude: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 13).

    2. Come interpretare la metafora delle lampade e dell’olio? Anzitutto, le lampade rappresentano la vita dei credenti, rinati ed illuminati nel Battesimo, diventati “figli della luce” (Gv 12, 36) per la fede in Cristo, “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9). L’olio, poi, possiamo intenderlo come simbolo delle risorse spirituali di cui è dotata la Chiesa: un tesoro di verità e di grazia, di preghiera e di energia divina, di insegnamenti e di esempi continuamente a disposizione dei fedeli. Questi esempi sono i Santi.

    Inseriti attivamente nella vostra parrocchia, cellula della Chiesa universale, cellula della Chiesa di Roma, anche voi, carissimi Fratelli e Sorelle, potete attingere con previdente costanza da tale patrimonio inesauribile, per essere pronti ad accogliere il Signore in qualunque ora, quando verrà e chiamerà i suoi amici a stare con lui per sempre.
    3. Questa interpretazione spiccatamente ecclesiale della parabola aiuta a sottolineare due caratteristiche fondamentali del cristiano. La prima è che egli dispone di grandi ricchezze soprannaturali – anche quella che si chiama cultura cristiana è un tesoro inesauribile – per vivere in modo conforme al suo autentico bene personale e comunitario, bene della Chiesa e del popolo, un bene secondo le attese divine.

    Chi è assiduo alla vita della Comunità imita le vergini prudenti ed assicura a se stesso, lungo l’intera esistenza, la necessaria costanza nel tendere a Dio, attraverso la vita di ogni giorno, attraverso la preghiera, attraverso la conoscenza delle verità divine. Da questa conoscenza deriva l’amore di Dio e del prossimo. Nello stesso tempo questo cammino ci conduce al bene, alla carità, alla santità.
    Un secondo aspetto di tale appartenenza ecclesiale è l’impegno multiforme che essa comporta, impegno che, nei nostri tempi segnati da preoccupanti forme di neopaganesimo, si presenta ancor più pressante e necessario, come ci ha reso visibile il Sinodo di Roma che ha una sua speciale importanza.

    4. I decenni conclusivi del secolo XX, che stiamo vivendo, risentono felicemente del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha esaminato in profondità il rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. I frutti dell’insegnamento conciliare, contenuto in documenti di altissimo valore teologico e pastorale, sono ben visibili. Penso al rinnovamento della liturgia, alla più intensa partecipazione dei fedeli laici alla missione della Chiesa, all’impegno di carità e al generoso coinvolgimento missionario, agli sforzi coraggiosi del dialogo ecumenico ed interreligioso.

    Nella linea dell’autentica interpretazione del Concilio si situa anche il Sinodo pastorale della nostra diocesi romana, evento di comunione e di missione, conclusosi nello scorso mese di giugno. Il suo primo risultato consiste proprio in un rinnovato stile di vita dell’intera Comunità credente per una partecipazione più attiva all’opera della nuova evangelizzazione della Città, del Paese e del mondo contemporaneo. È una grande sfida per la Chiesa.
    Strumento prezioso per tale lavoro apostolico e missionario è il “Libro del Sinodo”, che quest’oggi nel corso della mia Visita pastorale simbolicamente vi consegno. Esso costituisce ormai il testo-guida nel cammino della diocesi di Roma verso il terzo Millennio cristiano. Vi troverete, ne sono certo, abbondante olio per far brillare sempre meglio le vostre lampade di fede e di carità, nel servizio di Dio e del prossimo.

    5. Del “Libro sinodale” vi sono ben note le linee fondamentali. La prima parte aiuta ad approfondire il significato e il valore dell’essere Chiesa, famiglia unita nella comunione e chiamata a compiere la missione dell’evangelizzazione.
    La Chiesa che è in Roma, la nostra Chiesa particolare, riveste alcune caratteristiche peculiari, legate al ministero universale del suo Vescovo, il successore di Pietro. Essa è pertanto chiamata a collaborare con lui nell’accoglienza e nella missione verso i fratelli di ogni Continente, offrendo a tutti una singolare testimonianza evangelica.
    Nella seconda parte del “Libro” sono indicate le vie della nuova evangelizzazione, e, nella terza, sono messe a fuoco alcune priorità o ambiti privilegiati: la famiglia, il mondo giovanile, la società civile nelle sue finalità di promozione umana e la cultura come strumento di crescita individuale e sociale.

    6. Evangelizzare la Città: si tratta di un impegnativo sforzo apostolico, al quale anche voi, cari parrocchiani di San Vigilio, siete chiamati a partecipare attivamente, anche il Popolo di Dio partecipa all’attività apostolica, sotto la guida dei vostri Pastori, del Cardinale Vicario, Camillo Ruini, responsabile di tutte le parrocchie, di Monsignor Clemente Riva, Vescovo della vostra zona, del vostro Parroco, DON ENRICO GHEZZI, e di tutti i sacerdoti della Prefettura.

    La vostra è una parrocchia di recente istituzione, una comunità “giovane”, popolosa, che guarda fiduciosa verso il futuro. I giovani sono fiduciosi, dimostrano fiducia verso la loro famiglia e i loro parenti se l’ambiente non li condiziona. I giovani a Denver hanno mostrato grande fiducia verso la Chiesa e ci hanno fatto una grande sorpresa. Non si prevedeva una così grande fiducia verso la Chiesa, verso la persona del Papa, verso i Vescovi. È stato un evento stupendo.

    Crescete, pertanto, carissimi fratelli e sorelle, in quell’assiduità alla vita parrocchiale che già mostrate con l’odierna vostra presenza. Siate uniti tra voi, con i vostri sacerdoti, e con tutte le componenti della vostra Comunità, sostenendovi sempre a vicenda. Coltivate la preghiera individuale e comune, testimoniate il Vangelo con le parole e con la vita, e, in proporzione ai talenti ricevuti da Dio, prendete parte alle attività promosse dalla Parrocchia per diffondere la parola di Dio, affinché la speranza animi ogni famiglia di questo vostro quartiere.

    7. Bisogna poi curare molto la vita delle vostre famiglie, di tutte le famiglie. In tale spirito di assiduità alla vita parrocchiale, di fraternità e di collaborazione con il vostro Parroco, saluto i genitori, primi responsabili dell’educazione alla fede dei figli, e con essi i giovani e le giovani da cui tanto la Chiesa si attende. Saluto i catechisti, tanto importanti nei Paesi di missione, ma anche importanti a Roma, che è una terra di missione. Saluto i collaboratori della vostra comunità parrocchiale e gli animatori dei vari gruppi ecclesiali impegnati nell’opera della carità e dell’animazione liturgica.

    8. Comunità di San Vigilio, anche a te il Signore dice: “Sii fedele… e ti darò la corona della vita” (cf. Ap 2, 10).
    Carissimi, Iddio ricompensi quanto voi fate per la Chiesa, per l’animazione evangelica delle vostre famiglie, per il quartiere e per la Città.
    Possiate vivere ed operare in modo tale da essere pronti ad accogliere il Signore che viene.
    Possiate ogni giorno ripetere con profonda nostalgia dello spirito: “Ha sete di te, Signore, l’anima mia”!
    Siate sempre desti e vigilanti! Cercate il Signore! Non perdete mai il vostro cammino.

    L’Eucaristia è il momento in cui si dice: “Ecco lo sposo, andategli incontro”. Cristo ha istituito questo sacramento che lo rende presente in persona. Ricevetelo.

    “Le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze”. Entrare alle nozze vuol dire oggi partecipare al banchetto eucaristico e ricevere il Signore. È quanto vi auguro di cuore.
    Amen!
     
    © Copyright 1993 – Libreria Editrice Vaticana

    VIA CRUCIS CON IL PAPA – Valeria

    Posté : 12 avril, 2009 @ 1:54 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

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    Ciao

    Sono appena tornata da Roma, dopo aver partecipato alla via crucis con il Papa.

    Era la prima volta che partecipavo ad un gesto del genere e ti assicuro che l’emozione è stata grande.

    Ma non solo una emozione fisica, ma sopratutto perché è stato evidente > l’unità di un popolo attorno al suo pastore.

    Ti porto una frase detta a conclusione del gesto, e la faccio mia per questa S. Pasqua:

    « Versando il suo sangue Egli ci ha riscattati dalla schiavitù della morte,
    ha spezzato la solitudine delle nostre lacrime, è entrato in ogni nostra
    pena e in ogni nostro affanno ».

    Valeria
    santantoniodapadova.jpg

    ciao come stai??
    Qui tutto bene, il lavoro sempre pesante, tempo libero poco ma almeno sul versante spirituale le cose vanno
    un pochino meglio….sono appena tornata da Padova.. un esperienza molto intensa e per me molto emozionante..
    e’ bello vedere tutta quella gente in fila alla tomba del santo, il gesto semplice e carico di speranza della mano sopra l’urna.. sperando che non sia solo superstizione…
    quante richieste quanti piccoli drammi ha raccolto il santo di Padova..
    e’ bello che nostro Signore abbia voluto metterci delle persone accanto che ci parlino di lui e che intercedono per noi.. e’ consolante, in posti come Padova tutto è un richiamo potente di lui.. è meraviglioso.. ero in panico oggi pome ad andare via, ma sono certa che ho un intercessore potente in cielo…ho affidato anche la compagnia…
    Un pensiero che mi è stato detto oggi che condivido..
    Non perdere tempo ad affannarti per cercare di essere perfetta e degna della chiamata del signore, ma apri le orecchie e sopratutto il cuore ad accogliere la sua parola per portarla ai tuoi fratelli..
    un saluto

    Caro Fra Luigi…07 Aprile 2009 – Angulo

    Posté : 7 avril, 2009 @ 5:39 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

    viteetralcimosaicoravenalou.jpg 

    Caro Fra Luigi, 

                                  questa mia, indirizzata a te, vorrei che raggiungesse simbolicamente tanti altri amici, religiosi e laici, ai quali mi sento legato e in comunione. 

    Le poche ore trascorse con la tua comunità di Gorizia, le due Messe con i degenti, la vita fraterna salmodiante, la colazione insieme…sono grazia quaresimale piovutami addosso in questi giorni per   spingermi con più fede all’appuntamento con la Pasqua del Crocifisso-Risorto.  Ringrazia il Padre Priore, sempre tanto accogliente, accontentandosi di un’Ave Maria. E un caro saluto anche a Fra Gianmaria per le gentilezze che mi usa. 

     villasangiustofbfgorizia.jpg

    Quest’incontri saltuari mi fanno sempre pensare…E’ bello constatare  che la vostra Fraternità è impostata sul sogno del Vescovo Cromazio d’Aquileia che voleva la sua Chiesa sul prototipo della Comunità di Gerusalemme. In sostanza  Villa San Giusto che cos’è se non la comunità descritta negli Atti degli Apostoli? Certo, potrà sempre essere migliorata, perfezionata, arricchita di carismi…ma l’impostazione è quella giusta. Ci vorrebbe solo un soffio di giovinezze. Ma i figli a Dio vanno chiesti. E, se implorati, prima o poi arriveranno. Basta guardare a Elisabetta, la sterile, e non ragionare come suo marito Zaccaria che riteneva impossibile il miracolo della fecondità. 

    Quando torno tra voi, ogni volta mi chiedo quale sia mai questa mia nuova strana vocazione che risale a cinque, sei anni fa.  A differenza di quella di Paolo, la mia è stata solo una piccola caduta dal somaro della mia stupidità, supposto che l’Apostolo sia caduto da cavallo, come amano dipingerlo gli artisti. 

    Ma chi avrebbe potuto chiamarmi, invitarmi alle Sue confidenze se non il Maestro Interiore? Mi sono ripetutamente sentito dire che dovevo decidermi ad uscire  dai ristretti confini in cui mi ero cacciato e che dovevo tornare dai miei fratelli che non mi avevano venduto, come Giuseppe e che qualcuno era perfino rimasto dispiaciuto della mia partenza. 

    In realtà, la Voce che non ho prontamente assecondato, parendomi di far meglio ad ignorarla, mi spingeva ad incontrare qualcuno che poi se n’è andato in Cielo. E quando l’ho saputo, orami era troppo tardi. O forse si trattava proprio del momento opportuno per non riaprire ferite, forse mai del tutto rimarginate.

    Ma la spinta a superare la resistenza è continuata. Più il disagio era grande, più forte e convincente era l’incoraggiamento che mi sentivo crescere nel cuore. Avevo un bel dirGli “cosa ci torno a fare!?”. La risposta  che mi veniva da dentro era disarmante: “Vai a condividere”. “Sì. Ma cosa?”.  Venir lì per dei convenevoli? Per tornare indietro con gl’anni e richiamare il passato alla memoria? Bello, piacevole, simpatico. Ma poi ? 

    Forse il motivo era scritto proprio in Atti, 18, 9-10. Sarebbe bastato aprire e leggere: 9Una notte il Signore apparve in sogno a Paolo e gli disse: « Non aver paura! Continua a parlare, e non tacere, 10perché io sono con te! Nessuno potrà farti del male. Perché io ho un popolo numeroso in questa città… « . 11Paolo rimase a Corinto un anno e mezzo, e annunziava loro la parola di Dio.” 

    Ascoltare ed annunziare senza timore. In realtà questo è un ruolo vicendevole che abbiamo ricevuto: “andate…guarite…annunciate…” (Mt 10 ss). La città di cui parlano gli Atti, nel nostro caso non significava tanto una realtà geografica quanto una fraternità estesa, nata e sopravissuta nei secoli proprio per dare ospitalità agli ultimi. E chi più ultimo di me era bisognoso di ospitalità?

     E poi sai bene che gli ultimi sono fatti anche a modo loro e bisognosi spesso di compassione. E questa l’ho trovata ed è cosa diversa dal “compatimento” che avrei meritato. E siamo qui ormai a parlare, giorno dopo giorno, del Risorto, Vivente che cammina con noi, poveri discepoli di Emmaus che, per riconoscerlo allo spezzar del Pane, abbiamo tanto bisogno di quella Sua parola ancora capace di riscaldarci il cuore. 

    Al mio ritorno, nella borsa conservavo ancora quel pane tanto amato della Parola di Dio, che lì, tra voi, avevo imparato ad amare, la sola cosa che avrei potuto condividere.

    Abitando a due passi da Milano, avevo seguito per anni dalla mia Parrocchia gli insegnamenti dell’Arcivescovo Martini che mi ha educato a una fede pensante. Avevo provato a scrivere anche su SETTE GIORNI, un settimanale diocesano  locale. Finché, con il pretesto del debito di una pizza in trent’anni mai onorato, il ghiaccio s’è finalmente rotto, i muri di carta son caduti e mi sono ritrovato a far mie le gioie e le ansie della  famiglia d’un tempo, sempre amata e mai dimenticata.

    Ma le feste – anche quella del figliol prodigo – non durano a lungo. Se il ritorno, almeno per me è stato motivo di gioia, a poco a poco l’indifferenza s’è insinuata come solo la nebbia sa fare, provocando anche qualche fastidioso brivido. Ma sono i passaggi provvidenziali, da vedere come gradini ascensionali.  

    Quelli che vado facendo sono discorsi abbastanza complessi che non tutti possono pienamente capire. Io per primo fatico a cogliere il disegno di Dio che pur ci dev’essere, poiché non  tutto si può liquidare come semplice casualità. Osserva la foto del mosaico di Ravenna che ho posto in cima. E’ fatto di tasselli. Ogni tessera di mosaico è importante come la sua vicina; l’una non può starsene senza l’altra perché il capolavoro è nell’insieme, non nel particolare che si riduce ad essere un piccolo frammento insignificante.

    pasquaradiceilvenerdsanto.bmpMa veniamo ai raffreddamenti e perfino alle amarezze di una qualche incomprensione. Per un morivo o per un altro, è il conto che un po’ tutti si è destinati a pagare.
    Dopo la Trasfigurazione, grazia concessa temporaneamente, il vangelo precisa: “Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo” (Mt 17,8) E che cosa vuol dire “Gesù solo”?  Vuol dire Gesù così come veniva colto dalla miopia delle persone prima della Trasfigurazione: 

    • un Gesù suscettibile di essere rinnegato dalla folla, tradibile perfino da discepoli,  

    • un Gesù condannabile a morte, da crocifiggere, 

    • il Gesù dell’anonimato che per trent’anni nessuno ha mai sospettato come inviato dal Padre, ecc. 

    • un Gesù che fa strani discorsi, che mangia e beve con i peccatori, che parla con le prostitute, perdona i peccati ed è recepito come indemoniato… 

    E’ il Gesù dell’intelligenza umana che si ribella ad entrare nel mistero della croce, vissuto giorno dopo giorno, ora dopo ora, per fede, non per visione.  Bisognerebbe mettere nel conto che sul Tabor ci è concessa solo qualche breve e rara sosta nella vita. Per il resto, è un costante vivere con “Gesù solo”, al quale  si può offrire miseria, sofferenza, umiltà, pentimento, le sole cose di cui un peccatore dispone in abbondanza. Ed è proprio ciò che il Signore si aspetta. 

    Durante la messa di Domenica, mi son trovato a guardar fuori dalla finestra del salone pieno di anziani in carrozzina. E m’è venuto in mente Fra Riccardo Pampuri convalescete a Gorizia, pochi mesi prima di morire. M’è anche parso, per un momento, di vederlo passeggiare in giardino, sotto gl’alberi, a respirare l’aria buona del Carso. No, non una visione, solo immaginazione. In realtà lui era più presente di me all’Eucaristia, con tutta la Chiesa Celeste. 

    castellettipzaccaria.jpgTi ricordi che abbiamo parlato anche di Padre Zaccaria Castelletti? Sai, l’idea che “l’avremo intercessore in  cielo”, come ha profetizzato, preso alla lettera, continua a risuonarmi nella mente alquanto pretestuoso. Forse il vero senso della  profezia è un altro: continuo a credere che Riccardo sia stato mandato come riformatore, provocatore, compagno d’orazione, non delegato a farlo per noi. Solo che la profezia, così intesa, stenta a farsi strada.

    Spesso invece s’è preferito intenderla come una delega: “prenditi i nostri grattacapi e fai qualcosa…”. Siamo tutti uguali: preferiamo le scorciatoie alle salite ripide.

     Sto prendendo appunti sull’argomento cui da tempo vado riflettendo  e, appena pronti, te li trasmetterò per un parere. 

    E’ tempo di Passione ormai. Io timidamente chiedo di viverla nella carne o condividerla almeno con chi già si trova crocifisso. Auguro anche a te che questa Passione ti arda nel cuore come “fornax ardens caritatis”, ci direbbe Fra Riccardo. 

    La vita a due con Gesù, il Risorto, il Vivente, è concreta e reale, quanto il nostro vivere tra le persone. Eppure questo vivere con Lui si svolge nell’oscurità e nell’austerità della fede. Ma Lui che è pienezza della vita e della gioia permette e rende possibili a noi quei rapporti profondi e costanti con Lui, spesso impossibili nei nostri rapporti quotidiani interpersonali.

    Chissà quante volte lo hai sperimentato:

    • se gli parlo, Lui mi sente,

    • se non vedo, Lui si fa sentire come voce interiore,

    • se mi distraggo o mi smarrisco, Lui mi riporta sul sentiero… 

    Prigioniero come sono delle mie pesantezze, di tanti piccoli egoismi e della mediocrità  che tanto preoccupava Fra Riccardo e che a me tutto sommato non dispiace, ti chiedo il regalo pasquale di una preghiera affinché i miei voti si riducano almeno ad uno: obbedienza incondizionata alla volontà del Padre, ma recepito per quello che è:  Babbo – Abbà – Papà.   

    Ricambierò al meglio questa  carità che mi vorrai usare, esprimendoti  gli auguri più cari affinché il passaggio del Signore ti restituisca l’ardore della giovinezza pur nell’avanzare degl’anni con il loro inevitabile grigiore. 

    Fra Luigi caro, cantiamolo insieme: il Signore è veramente risorto. Alleluia! 

    Angulo 

    risurrezione20260aa1.jpg

    P.S. – 11 Aprile 2009

    Caro Fra Luigi,

    m’è venuto freddo all’alba di questo Sabato Santo, sentire alla radio un commento di Gianfranco Ravasi a pagine Lucane ed in particolare a quella del « Figliol prodigo » che la Bibbia di Gerusalemme preferisce titolare « Il figlio perduto e il figlio fedele » ( Lc 15, 11-32), contrapposizione di due religiosità, di due figure spirituali.

    E mi son venute anche delle considerazioni generiche che espongo non tanto per riferirmi a qualcuno in particolare ma solo per evidenziare il rischio che corrono sia il giusto in divisa, fatto monaco più dall’abito che dal suo modo di pensare, che il cristiano generico, ambizioso della sua “evidente diversità di impegnato”, palesemente entrambi del Padre FIGLI GLACIALMENTE FEDELI.

    Rileggendo il Vangelo di Luca mi sgorga spontanea dal cuore un’invocazione:

    “O figli fedeli,
    così glaciali con i figli perduti,
    se fosse per voi…
    i fratelli potrebbero benissimo
    starsene per l’eternità
    dove han deciso di andarsi a cacciare…”.

    La parabola è nota ma vengono poco evidenziate parole e reazioni del fratello maggiore, figlio fedele rimasto in casa:

    5 “Il figlio maggiore, intanto, si trovava nei campi. Al suo ritorno, quando fu vicino alla casa, sentì un suono di musiche e di danze. 26Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa stava succedendo.

    27Il servo gli rispose: « È ritornato tuo fratello, e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello, quello che abbiamo ingrassato, perché ha potuto riavere suo figlio sano e salvo ».

    28″Allora il fratello maggiore si sentì offeso e non voleva neppure entrare in casa. Suo padre uscì e cercò di convincerlo a entrare.

    29″Ma il figlio maggiore gli disse: « Da tanti anni io lavoro con te e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure tu non mi hai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici. 30Adesso, invece, torna a casa questo tuo figlio che ha sprecato i tuoi beni con le prostitute, e per lui tu fai ammazzare il vitello grasso.

    31″Il padre gli rispose: « Figlio mio, tu stai sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo. 32Non potevo non essere contento e non far festa, perché questo tuo fratello era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l’ho ritrovato » .
    Di fronte al Padre prodigo di misericordia nei confronti del figlio prodigo di peccato, è il fratello “buono” a sentirsi offeso, sdegnato, a muovere dei rimproveri e dei giudizi severi.

    Come dovrebbe riempire di gioia il renderci conto che « Gesù non ha mai perso la pazienza nei confronti dei poveracci e dei traditori, non ha mai avuto imbarazzo a parlare con le prostitute e i peccatori; ma non ha mai sopportato proprio questa categoria di persone, gli ipocriti. Nei loro confronti è implacabile: « Guai a voi farisei e scribi ipocriti… » (vedi Mt 23: è un’ondata tempestosa di maledizioni, di sdegno, di imprecazoni) » . (Ravasi).

    Luca evidenzia che questo figlio maggiore è prototipo di una legione di “giusti freddi, implacabili, dagli occhi sempre altezzosi”. Egli in realtà è il tipico modello del « giusto ipocrita », persona incapace di gioire, di partecipare alla festa. E’ scritto: “ Suo padre uscì e cercò di convincerlo a entrare”. Non è detto se vi sia riuscito. Dalla reazione che ebbe, fa pensare che abbia preferito rimanere sulle sue di uomo « giusto fredo, implacabile, altezzoso, ossia ipocrita ».

    Scoprendo in me copia di entrambi i figli che or l’uno, or l’altro, a seconda delle circstanze, tentano di emerge sia nei miei atteggiamenti che nei giudizi, proprio per il timore di acquisire la mentalità del « giusto ipocrita », pur avendo fatto l’esperienza del « figlio perduto », in quest’alba del Sabato che segue il Venerdì di Passione, vorrei richiamare sopratutto a me stesso un’altra sottolineatura udita dal Ravasi: “Questa parabola è il canto non della giustizia orgogliosa che è simile a una medaglia messa sul petto, ma della giustizia che si conquista nella confessione della propria miseria. L’importante è dire “Mi alzerò e ritornerò” “.

    Come mi vengono care due figure di preti amati in gioventù e mai persi di vista:

    - DON PRIMO MAZZOLARI che scriveva: “La mia vita si volge fra questi due momenti, come tra due poli opposti: la mia povertà e la tua sovrabbondante misericordia. Donde il mio sospiro e il mio grido: “Veni Domine, et noli tardare! Vieni, Signore, e non tardare!” “
    - DON LORENZO MILANI che nel testamento ha lasciato queste parole significative: “ Ho voluto più bene a voi – scriveva ai ragazzi di Barbiana – che a Dio; ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto « .

    Era solo per dire che, ad eccedere in misericordia, non si sbaglia mai. Ma occorrono “viscere di madre”, il vero significato di “Ospitalità”. Tanto più se professata con un « voto solenne ».

    IL SILENZIO DELLA PROFEZIA – Don Enrico Ghezzi

    Posté : 1 avril, 2009 @ 9:45 dans LETTERE AGLI AMICI | Pas de commentaires »

    isaiaegeremiaprofeti.jpg

    Caro Angelo,

    ho ricevuto il tuo messaggio con il lungo scritto del card. Martini. La sua parola rimane sempre sapienziale e profetica: il silenzio della profezia, come è già avvenuto per Israele, dopo l’esilio, è la vera sofferenza del nostro tempo.


    Questo silenzio scatena gli istinti mai cancellati dal cuore dell’uomo, una povertà di annuncio del vangelo trasformato in un pesante moralismo, e un ritorno autoritario che cancella in gran parte la forza del Concilio.

    Domina un affarismo materialistico che cancella le utopie dei nostri sogni. In questo siamo davvero superati: la passione per Gesù e il suo essere annunciato al mondo che ci bruciava dentro, è tornato ad essere un rubricismo esteriore e solenne, privo di anima e di speranza. Continua ad essere profeta, se puoi .

    Io ho fiducia nella profezia di Geremia, della scorsa domenica (romana), quando nel ‘Libro della consolazione’ il profeta dice ‘ verranno giorni …’: qui è la speranza: ‘verranno giorni…’

    Ti manderei volentieri le mie prime cento pagine ‘sui sacramenti’ dal battesimo alla penitenza: ma non so ancora manovrare in questo senso l’arnese che usiamo. Me lo farò insegnare.

    Buona pasqua a te e alla tua bellissima famiglia. Siamo in cammino per arrivare ‘finalmente’ ad essere ‘risorti con Cristo’.

    Con affetto, don Enrico.

    geremiaprofeta.jpg

    Ger 31,31-34
               
             Dal libro del profeta Geremìa

    Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore.
    Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.
    Parola di Dio

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