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IL POPOLO, L’ESILIO, IL CAMMINO

Posté : 25 février, 2009 @ 4:40 dans CHIESA POPOLO DI DIO | 1 commentaire »

Shalôm !

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Premessa
Il popolo
L’esilio
Il cammino
Conclusione

 
Di Carlo Maria Martini

IL POPOLO, L'ESILIO, IL CAMMINO dans CHIESA POPOLO DI DIO martini-primo-piano-thumbnail

Elemento unificatore di queste tre tematiche bibliche – popolo, esilio, cammino - può essere considerato l’annuncio profetico di Isaia 48, canto di trionfo che annuncia la fine dell’esilio:

Uscite da Babilonia, fuggite dai Caldei;
annunziatelo con voci di gioia, diffondetelo,
fatelo giungere fino all’estremità della terra.
Dite:
« Il Signore ha riscattato il suo servo Giacobbe »
(Is 48, 20).

E un altro oracolo proclama:

Svegliati, svegliati,
rivestiti della tua magnificenza, Sion,
indossa le vesti più belle, Gerusalemme
(Is 52, 1).

E ancora:

Fuori, fuori, uscite di là!…
voi non dovete uscire in fretta, ne andarvene come uno che fugge, perché davanti a voi cammina il Signore,
il Dio d’Israele chiude la vostra carovana
(Is 52,11-12).

Si potrebbe ancora citare Ez 36:

Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra
e vi condurrò sul vostro suolo
(Ez 36,24).

Il popolo a cui sono rivolte queste e altre simili parole non è un popolo qualunque, ma il popolo per eccellenza, il popolo di Dio. L’esilio, perciò, non è un castigo senza speranza, una rimozione dalla storia, ma tempo di prova in vista della salvezza. Il cammino diventa così un ritorno pieno di fiducia, come una strada di luce sulla quale tutti i popoli sono invitati a seguire Israele:

Alzati, rivestiti di luce,
perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla su di te
[...] cammineranno i popoli alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere
(ls 60, 1.3).
Così questa promessa del ritorno dall’esilio tocca tutti i popoli:
lo verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue,
essi verranno e vedranno la mia gloria
(ls 66, 18).

In questo cammino, guidati dalla stella della redenzione, anche i lontani diventano vicini al popolo di Israele, i popoli dispersi si radunano in un solo popolo, per adorare un solo Dio, e costruire insieme la pace, lo shalom biblico. 

Pace e unità sono dunque un solo grido profetico, una sola speranza, una preghiera accorata, e questo ce lo diciamo ancora oggi, mentre ascoltiamo il grido delle folle dei poveri che bussano alla nostra porta, dei popoli martiri in tante parti del mondo.Il popolo ebraico, ancora ai nostri giorni, nella sua costante tensione fra una diaspora dalle mille voci e una rinascita nazionale nello stato d’Israele, testimonia del cammino continuo dal particolare all’universale e viceversa, proteso nella ricerca di creare un popolo nuovo e un uomo nuovo, l’antico Adamo rinnovato.

Per i credenti in Gesù Cristo questa tensione può ben esse- re espressa con le parole di san Paolo agli Efesini:

In Cristo Gesù,
voi [popoli pagani] che un tempo eravate lontani,
siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione
che era frammezzo, cioè l’inimicizia
[...] per creare in se stesso, dei due,
un solo uomo nuovo facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio
in un solo corpo, per mezzo della croce,
distruggendo in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani
e pace a coloro che erano vicini
(Ef2,13-17).

Alla luce di questi testi rifletteremo dunque sui legami fra i tre termini il popolo, l’esilio e il cammino e ci porremo tre domande.
Può ancora oggi il popolo ebraico essere posto da un cristiano sotto la categoria teologica di « popolo di Dio », cioè ricevere lo stesso appellativo che la chiesa cristiana dà a se stessa? È noto infatti che la categoria di « popolo di Dio » è una di quelle che il Concilio Vaticano II ha privilegiato per descrivere la chiesa. Dopo avere, nel primo capitolo della Lumen Gentium, richiamato molti termini e immagini per descrivere la Chiesa, come ovile o campo di Dio, edificio di Dio, tempio, sposa, corpo di Cristo, la costituzione conciliare sviluppa nel secondo capitolo il tema del « popolo di Dio », popolo che « ha per capo Cristo [...] ha per condizione la libertà e la dignità dei figli di Dio  [...] ha per fine il Regno di Dio ».
(1)

In che senso può dunque la stessa espressione designare, nel linguaggio teologico cristiano, anche gli ebrei di oggi?

Una risposta precisa a questa domanda è importante per definire in maniera positiva e con rigore teologico il ruolo provvidenziale e salvifico di quel popolo di Dio che è oggi Israele in una visione cristiana della storia del mondo, come pure per definire il rapporto di comprensione e collaborazione che è possibile sviluppare tra la chiesa e Israele, al di là della mutua accettazione e tolleranza, nel quadro del disegno di Dio sul cammino umano.Di fatto la designazione del popolo ebraico odierno come « popolo di Dio » insieme con la chiesa di Cristo appare per esempio nel documento del Segretariato per l’unione dei cristiani del 4 giugno 1985 dal titolo Ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica. Sussidi per una corretta presentazione. In esso si afferma che l’quando il popolo di Dio dell’antica e della nuova alleanza considera l’avvenire, esso tende, anche se partendo da due punti di vista diversi, verso fini analoghi: la venuta o il ritorno del Messia ».(2)

E continua dicendo: la persona del Messia, sulla quale il popolo di Dio è diviso, costituisce per questo popolo anche un punto di convergenza. Si può pertanto dire che ebrei e cristiani si incontrano in un’esperienza simile, fondata sulla stessa promessa fatta ad Abramo (cfr. Gen 12, 1.,3; Eb 6, 13-18) ».(3)

Dunque in questo documento si parla per tre volte di un unico popolo di Dio, intendendo gli ebrei e i cristiani di oggi.

  • Quale significato preciso può avere un tale modo di esprimersi, a cui forse non siamo abituati, e quali conseguenze esso comporta per il nostro agire di cristiani?

  • Che senso può avere l’esilio per il popolo di Dio?

  • Quale in particolare il senso dell’esilio per il popolo ebraico biblico e quale il senso per le chiese cristiane?

  • C’è un significato particolare dell’esperienza dell’esilio per la chiesa cattolica nel suo insieme o comunque per le diverse realtà o aggregazioni che la compongono?

  • Il cammino dell’esilio verso la patria può essere fatto in qualche modo insieme da ebrei e cristiani? Come esso tocca anche gli altri popoli della terra? Il popolo 

  frecup_blu dans CHIESA POPOLO DI DIOVeniamo anzitutto a considerare attentamente, in spirito di fede, il mistero del popolo ebraico, con il quale la chiesa ha in comune un grande patrimonio spirituale (richiamato ampiamente dal Concilio Vaticano nel decreto Nostra Aetate, 4).(4)

Se è vero, infatti, che esistono differenze sostanziali tra cristiani ed ebrei a motivo della fede in Gesù Cristo redentore e della corrispondente dottrina cristologica (evidenti in specie nelle categorie teologiche oggi più correnti, e meno nelle formulazioni giudeo-cristiane originarie), è però altrettanto vero che i figli d’Israele restano « carissimi propter patres » (Rrn 11, 28), partecipi, in quanto figli primogeniti, dei tesori spirituali dell’alleanza di Dio con Abramo e con Mosè. Essi sono, pertanto, nostri « fratelli maggiori nella fede di Abramo » (Giovanni Paolo II, 31 dicembre 1986), in quanto « possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli » (Rm 9,4-5).

Tra questi tesori di fede del popolo ebraico si trovano in particolare le Sacre Scritture ebraiche; la Torah, i Nevi’im (i Profeti), i Ketuvim (Scritti), entrati a far parte del canone cri- stiano. Il Catechismo della Chiesa cattolica, riassumendo una bimillenaria tradizione, afferma: « L’Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne, poiché l’Antica Alleanza non è mai stata revocata ».(5)

Il filosofo ebreo Franz Rosenzweig nel suo libro La stella della redenzione (pubblicato nel 1921) scrive: « Come mostra quella lotta sempre attuale contro gli Gnostici, è l’ Antico Testamento che rende possibile la resistenza del Cristianesimo contro i suoi stessi pericoli interni ».(6)

E sant’Ambrogio diceva: « Bevi per prima cosa l’Antico Testamento, per bere poi anche il Nuovo Testamento. Se non berrai il primo, non potrai bere il secondo ».(7)

Tesori comuni a ebrei e cristiani sono pure la rivelazione del Dio unico, creatore e padre, ma anche tenero e materno; il dono dei comandamenti che hanno dimensione etica universale, di perenne valore per l’umanità; l’intera Torah e lo studio (Talmud) della Parola rivelata.

Tra i segni particolari della fede del popolo di Israele va ricordata la circoncisione. Di essa così parla il Catechismo della Chiesa cattolica: « La circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita, è segno del suo inserimento nella discendenza di Abramo, nel popolo dell’Alleanza, della sua sottomissione alla Legge, della sua abilitazione al culto d’Israele al quale parteciperà durante tutta la vita. Questo segno è prefigurazione della ‘circoncisione di Cristo’ che è il battesimo ».(8)

Si può comprendere, quindi, che san Tommaso abbia lungamente studiato questo evento dell’infanzia di Gesù, e al termine della Summa sia giunto alla conclusione che la circoncisione « dava la grazia », in quanto « segno di fede nella passione di Cristo futura »: « Et ideo dicendum quod in circumcisione conferebatur gratia quantum ad omnes gratiae effectus [...] in quantum erat signum passionis Christi futurae« . E in una risposta a un’obiezione aggiunge: « Sed et circumcisio, si haberet locum post passionem Christi, introduceret in regnum« .(9)

Molte e varie possono essere le modalità di accesso al popolo di Israele e al suo mistero. Il Catechismo della Chiesa cattolica ce ne ricorda diverse, tra cui l’epifania di Cristo, con queste parole: « L’Epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d’Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo; insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, essa celebra l’adorazione di Gesù da parte dei magi venuti dall’Oriente ». La venuta dei magi, che « rappresentano le nazioni pagane circostanti [...] sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai giudei e ricevendo da loro la promessa messianica quale è contenuta nell’Antico Testamento. L’Epifania manifesta che ‘la grande massa delle nazioni’ entra nella ‘famiglia dei Patriarchi’ (san Leone Magno, Sermones, 23) e ottiene la ‘dignità israelitica’ (Messale Romano, orazione dopo la seconda lettura della veglia pasquale) ».(10)

A proposito del popolo ebraico e della sua missione attuale si possono ancora ricordare alcune autorevoli affermazioni pontificie: « Dio agisce per amore gratuito. Questo amore lega Israele con Dio Signore in modo particolare ed eccezionale. Per esso Israele è divenuto proprietà di Dio [...]. Così nell’Alleanza [del Sinai] nasce un nuovo popolo, che è il popolo di Dio [...]. Israele è chiamato ad essere un popolo di sacerdoti ».(11)

« Israele fa l’esperienza di un Dio personale e salvatore (cfr.Dt 4,37; 7,6-8; Is 43, 1-7), del quale diventa il testimone e il portavoce in mezzo alle nazioni. Nel corso della sua storia Israele prende coscienza che la sua missione ha un significato universale (cfr., ad esempio, Is 2,2-5; 25,6-8; 60, 1-6; Ger 3, 17; 16, 19) ».(12)

Con questi brevi cenni possiamo forse meglio entrare nelle profondità del mistero di quel popolo che è il popolo ebraico e della conseguente comunione che ci lega a esso fin dalle radici della Chiesa, popolo dell’alleanza rinnovata ed eterna. Papa Giovanni Paolo Il riassumeva così (6 dicembre 1990) gli elementi fondamentali su cui sviluppare oggi le relazioni religiose tra queste due parti del popolo di Dio: « Quando noi consideriamo la tradizione ebraica, osserviamo quanto profondamente voi venerate la sacra Scrittura, la Miqrah e in particolare la Torah. Voi vivete una relazione speciale con la Torah, insegnamento vivo di Dio vivo.

Voi la studiate con amore, nel Talmud Torah, per praticarla nella gioia. n suo insegnamento dell’amore, della giustizia, del diritto, è ripetuto nei profeti - Nevi’im - e nei Ketuvim. Dio, la sua santa Torah, la liturgia sinagogale e le tradizioni familiari, sono certamente elementi caratteristici del vostro popolo, dal punto di vista religioso. E questi elementi costituiscono il fondamento del nostro dialogo e della nostra cooperazione ».

A queste relazioni tutte particolari fra chiesa e popolo ebraico fa chiaro riferimento anche il recente Accordo fondamentale fra Santa Sede e Stato di Israele (30 dicembre 1993).

L’esilio  frecup_blu

L’esperienza dell’esilio, della lontananza dalla patria, è presente fin dalle origini del racconto biblico: Adamo ed Eva sono esiliati dal paradiso, Caino fugge ramingo dopo il fratricidio, i popoli si disperdono lontano da Babele. L’esilio e la prigionia toccano poi più direttamente il popolo ebraico: Giuseppe è venduto come schiavo agli egiziani, Israele – il popolo del Nord – è sottomesso agli assiri nel 722 a.C., Giuda e Gerusalemme sono infine distrutte dai babilonesi nel 586 a.C. Viene poi l’ultimo esilio, apparentemente interminabile, dal 70 d.C. al 1948, anno hj della rinascita di uno Stato d’Israele nella terra dei padri.

Come già abbiamo visto a proposito del popolo di Dio, anche nell’esperienza dell’esilio ritornano alcune dimensioni fondamentali della vita di Israele: il suo rapporto con il Dio dell’alleanza, con la terra di santità, con gli altri popoli in mezzo ai quali è disperso. Infine, quasi al limite di ogni esperienza vissuta e possibile, si colloca un abisso di orrore indicibile che ha portato oltre l’esilio, in una notte oscura, il popolo ebraico in Europa sotto il dominio nazista: lo sterminio sistematico, la Shoah.

Mentre dall’esilio ci si poteva attendere che « un resto ritornerà », germoglio santo della redenzione, dalla Shoah questa speranza viene negata in linea di principio.
Possiamo dire che con la Shoah appare possibile un duplice esito dell’esilio: sia come redenzione (l’esito tradizionale annunciato dai profeti), sia come antiredenzione (l’esito diabolico dell’annichilimento del popolo ebraico).

L’esilio di per sé non distrugge il rapporto fra Dio e il suo popolo, anzi, mentre ne rende più acuta l’esigenza, lo fa maturare, predisponendo alla conversione e alla redenzione. Costringendo a lasciare Gerusalemme, l’esilio fa comprendere, nel dolore, tutta la profondità e il valore spirituale del Santo dei santi e dei sacrifici, cessati con la distruzione del tempio. La Shekinah, la Gloria di Dio, non lascia per questo il popolo, ma va con lui in esilio in mezzo alle nazioni pagane, continuando a preparare così la diffusione universale del messaggio della salvezza rivolto in principio a un solo popolo particolare. Il profeta Ezechiele vede la gloria di Dio presso i deportati in Babilonia, e l’annuncia con queste parole: « Giunsi dai deportati di Tel Aviv, che abitano lungo il canale di Chebar, dove hanno preso dimora [...] ed ecco, la gloria del Signore era là » (Ez 3, 15.23); il profeta descrive anche l’esilio della Shekinah: « La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio » (Ez 10, 18).

E un testo della tradizione successiva aggiunge, come sentenza di R. Shimon ben Jochaj: « Vieni e guarda quanto è caro Israele al Santo, benedetto sia: in ogni luogo in cui essi vennero esiliati la presenza di Dio era con loro » (Meghillot 29a).

Nell’esilio millenario si alzano più struggenti le lamentazioni attribuite a Geremia e le elegie, dense di commozione e di pianto per il tempio distrutto. L’esilio è un costante appello alla conversione dal peccato e alla missione di Israele tra le nazioni pagane.

In questo senso l’esilio di Israele è un caso tipico per ogni fatto simile della storia. L’esilio infatti è una situazione dolorosa e spesso drammatica, che, in vario modo, tocca tante persone e tanti gruppi sociali. Anche ai nostri giorni i fenomeni dell’emigrazione, delle guerre, delle fughe di intere popolazioni ci coinvolgono tutti. « 

La risposta esemplare offerta dal popolo ebraico può pertanto essere considerata paradigmatica: nelle situazioni d’esilio scaturisce più intensa la preghiera, matura la coscienza della fraternità, si creano nuovi vincoli e strutture di solidarietà.

Ben diversa è la situazione di quell’aldilà dell’esilio che può rifarsi alla Shoah. L’immensità del martirio del popolo ebraico sembra qui invitarci a un infinito silenzio, dal quale possa scaturire un proposito, un gesto, un grido di perdono a causa del male compiuto. La conversione, dopo la Shoah, è un appello urgente e necessario non per il popolo ebraico in esilio, ma per coloro che hanno concepito e predisposto l’annientamento di questo popolo, e con esso, per assurdo, l’annientamento di Dio stesso, se fosse stato possibile. 

Il paganesimo assoluto e mostruoso è apparso nel centro dell’Europa del ventesimo secolo, dopo duemila anni di annuncio del Vangelo.Spesso, purtroppo, dobbiamo riconoscere che la dottrina cristiana aveva proposto un « insegnamento del disprezzo » nei confronti dei nostri fratelli ebrei. Dopo la Shoah, dobbiamo sostituirlo con « l’insegnamento del rispetto », della conoscenza, della stima, dell’amore fraterno.

Dobbiamo anche vigilare attentamente perché i sentimenti del passato non ritornino mai più, né nella chiesa, né nei giovani, ne nella società. Abbiamo bisogno anche noi della conversione, la teshuvah, per riprendere insieme il cammino della salvezza. Preghiamo il Signore che ci dia occhi nuovi ed energie rinnovate per questo pellegrinaggio.

Infatti il popolo ebraico, aiutandoci a comprendere il senso di ogni sofferta lontananza dalla patria, ci invita a riflettere su forme particolari di esilio che toccano da vicino il popolo dei cristiani, il popolo di tutti i credenti in Cristo (cattolici, ortodossi, protestanti) e anche il senso di esperienze di esilio per i cattolici, nella loro totalità o in gruppi e aggregazioni diverse.

Vi sono tante vicende storiche che possono essere interpretate come l’ esilio da una patria, da una cultura, da un contesto culturale, sociale e anche politico al quale ci si era abituati e anche un po’ come adattati. In questo senso ogni privazione di un radicamento precedente, di una terra sicura sotto i piedi,di un terreno su cui contare, di un palazzo o di una casa spirituale da abitare con tranquillità è una prova, una sofferenza, spesso anche uno strappo doloroso, un trauma.
A esso si può reagire con la rabbia, oppure con una nostalgia rassegnata e passiva, o addirittura con il chiudere gli occhi all’evidenza e non volere che ci sia stato ciò che c’è stato, o volere a tutti i costi il ritorno a ciò che fu.

È possibile invece reagire come i profeti hanno insegnato a Israele: riconoscendo la mano di Dio, lasciandosi purificare dalla prova, cercandone il senso.

Una particolare forma di esilio, di privazione della patria, è quella dell’esilio culturale, dello sfocarsi di evidenze ideologiche che costituivano la tela di fondo su cui esprimere i nostri pensieri, del venir meno di abitudini che sembravano ovvie. Vi sono, sia chiaro, alcune certezze che non verranno mai meno: sono quelle che riguardano l’amore di Dio che è stato diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo, l’amore con cui Cristo ci ha amato fino alla morte. Su questo non può esserci dubbio. Qui, come dice san Paolo, « la speranza non delude » (Rm 5, 5). Ma vi sono al contrario giudizi categoriali, abitudini mentali, processi ideologici su cui contavamo, che è bene che talora vengano messi in questione, per cogliere ciò che è essenziale. L’esilio diventa allora uno stimolo per il cammino.

Il cammino  frecup_blu

La chiesa crede di essere il popolo di Dio pellegrino nel   mondo, popolo bisognoso di conversione e chiamato in Cristo a essere servo di pace tra gli uomini e i popoli.Nello stesso tempo, con eguale forza, la chiesa riconosce egualmente nel popolo ebraico un popolo chiamato esso pure a una missione particolare di santità e di pace nel mondo.
Pensatori, teologi ed esegeti hanno il dovere di riflettere sui vari aspetti di questo popolo di Dio che si presenta in due diverse comunità di fede. 

Ma il fatto che abbiamo ripreso, dopo duemila anni di estraneità, incomprensioni, persecuzioni, a parlarci e a camminare insieme, lavorando insieme per la pace e la giustizia, è una prova forse maggiore delle dimostrazioni teologiche, di cui pure abbiamo urgente bisogno. 

È quanto affermava il 2 febbraio 1994 il cardinale Ratzinger a Gerusalemme durante un convegno interreligioso: « Penso che il nostro compito principale è diventato più chiaro [...] Ebrei e cristiani dovrebbero accettarsi reciprocamente in profondo spirito di riconciliazione interiore, non disprezzando o negando la propria o altrui fede, ma a motivo delle radici della loro fede. Nella loro mutua riconciliazione dovrebbero divenire una forza di pace nel mondo e per il mondo. Con la loro testimonianza dell’unico Dio, che non può essere adorato senza un amore unico per Dio e per il prossimo, essi dovrebbero aprire per Dio la porta nel mondo, così che la sua volontà ‘sia fatta in terra così come è fatta in cielo’, perché ‘venga il Suo Regno’ « .Il nostro camminare insieme è un peregrinare operoso e orante verso la città di Dio, la celeste Gerusalemme, verso quella che possiamo chiamare tutti la « nostra terra », il « nostro paese ».
Possiamo ascoltare in proposito una delle grandi preghiere : che nutrono la fede del popolo ebraico in cammino, la Ahavà . rabbà: 

Di un grande amore ci hai amati, Signore, nostro Dio; di una grande, infinita pietà ci hai fatto oggetto. Nostro Padre, nostro Re, in , grazia dei nostri progenitori che hanno avuto fede in te e ai quali hai insegnato le tue leggi di vita, sii propizio anche con noi e istruiscici. Padre nostro, Padre misericordioso, clemente, abbi pietà di noi e dà al nostro cuore la facoltà di discernere e di comprendere, di ascoltare, di imparare e di insegnare, di osservare e di praticare con amore tutte le parole che studiamo nella tua Torah. Illumina i nostri cuori con la luce della tua Legge, avvinci il nostro cuore ai tuoi comandamenti e disponi il nostro animo all’amore e i al timore del tuo Nome, sì che non abbiamo mai da arrossire. Noi fidiamo nel tuo Nome santo, grande e venerabile e perciò noi giubileremo e gioiremo per il tuo soccorso. Riuniscici in pace dai i quattro angoli della terra e riconducici a testa alta nel nostro paese, poiché tu sei Dio, autore di salvezza, e noi hai scelto fra tutti i popoli e tutte le lingue e ci hai avvicinati al tuo Nome grande perché ti lodiamo e proclamiamo la tua unità con ardore. Benedetto tu, Signore, che nel tuo amore eleggesti il tuo popolo Israele.

La meta e il centro di questo cammino dei popoli è Gerusalemme. Verso di essa leviamo i nostri occhi, per la sua pace prega il nostro cuore. Ma non per questo dimenticheremo l’immensa e urgente sofferenza del mondo. Lavoreremo insieme, qui, ovunque.

Tra gli impegni comuni vorrei ricordare anche quello contenuto negli accordi tra Santa Sede e Stato d’Israele, per combattere ogni forma di antisemitismo e tutti i tipi di razzismo e di intolleranza religiosa. Tale impegno va sempre mantenuto alto, in tutti i campi.
Altre aree e modalità di collaborazione sono state definite dal Comitato internazionale cattolico-ebraico, che fu istituito ne1 1970. 

Si è discusso dei temi della famiglia, ecologia e diritti umani. Per la prima volta, forse dal 49 d.C., cioè dal Concilio di Gerusalemme, temi religiosi e precetti esplicitamente elaborati dalla comunità e dalla tradizione ebraica e dalla comunità cristiana (in questo caso in materia di famiglia) sono stati affermati come tali, e come tali sono entrati in un documento comune sulla famiglia. In questa dichiarazione comune si afferma « il valore sacro del matrimonio stabile e della famiglia [...]

La famiglia è la risorsa più preziosa dell’umanità. Per ebrei e cristiani è una comunità stabile di amore e solidarietà fondata sull’alleanza di Dio ».Camminando insieme stiamo cominciando a sperimentare e a capire che l’identità cristiana non ha bisogno, per affermarsi, di negare l’identità ebraica e la Torah, né, viceversa, l’identità ebraica si afferma negando il valore della chiesa, popolo dell’alleanza rinnovata nel sangue di Cristo.

Ancor più fortemente e in modo asimmetrico, noi cristiani abbiamo invece bisogno, per comprendere la chiesa, di affermare l’identità ebraica e la Torah. Franz Rosenzweig lo esprime in maniera efficace: « Se il cristiano non avesse alle sue spalle l’ebreo, si perderebbe, dovunque si trovi ». (13)

Conclusione  frecup_blu

Vedo un grande monito e una grande missione.
Occorre affermare la propria identità non nella contrapposizione ma nella apertura e nella comprensione.
Potremo capire sempre meglio noi stessi quanto più ci sforzeremo di capire, amare, apprezzare tanti altri, anche molto diversi, cercando le radici dell’impegno comune.
A proposito dell’impegno comune per la famiglia, il documento ebraico-cristiano sulla famiglia sopra citato dice ancora:

« La società è chiamata a sostenere i diritti della famiglia e dei membri della famiglia, specialmente donne e bambini, il povero e il malato, il giovanissimo e l’anziano, a una sicurezza fisica, sociale, politica ed economica. I diritti, doveri e opportunità delle donne sia in casa come nella più ampia società devono essere rispettati e promossi. Nell’affermare la famiglia, noi vogliamo raggiungere nello stesso tempo anche altre persone come le persone non sposate, i genitori singoli, i vedovi e le vedove e coloro che non hanno bambini, nelle nostre società e nelle nostre sinagoghe. In vista della dimensione mondiale della questione sociale oggi, il ruolo della famiglia è stato esteso così da coinvolgere una cooperazione per un nuovo senso di solidarietà internazionale ».

La nostra reciproca estraniazione di ebrei e cristiani è durata venti secoli, ci siamo inflitti reciprocamente un esilio ingiusto che ha privato noi e il mondo di immense ricchezze spirituali. Si è trattato, insieme, di un esilio dalla Terra di Dio e dalla casa del fratello. Ecco ora il tempo propizio, il momento favorevole: lavoriamo da fratelli perché altri fratelli, altri popoli, passino dall’esilio al cammino comune, al santo pellegrinaggio verso la Gerusalemme che è nostra madre, città di pace e di giustizia.

_________________________
1. Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 9: Enchiridion Vaticanum 1/309.
2. N. 10: Enchiridion Vaticanum 9/1634.
3. Ibidem.
4. Cfr. Enchiridion Vaticanum 1/86155.
5. Catechismo della Chiesa cattolica, D. 121.
6. La stella della redenzione, Marietti, Genova 1985, p. 443.
7. Commento ai dodici salmi, Sal 1, 33.
8. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 527.
9. Summa Theologiae, IIIa, q. LXX, art. IV, corpus et ad 4.um.
10 Catechismo della Chiesa cattolica, n. 528.
11 Giovanni Paolo II, Catechesi del mercoledl, 16 agosto 1989.
12 Giovanni Paolo Il, Redemptoris Missio, 12: Enchiridion Vaticanum 12/574.
13 La stella della redenzione, cit., p. 442.

[Relazione al meeting di Rimini, 20 agosto 1994, in Guardando al futuro, EDB, Bologna 1995]
http://www.nostreradici.it/popolo_esilio_cammino.htm#premessa

Concerto brandeburghese n.2

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Lo chiamano il “testamento” del Cardinale. Non ne sono convinto. Invito a leggere sapientemente e senza pregiudizi le riflessioni che l’Arcivescovo pone a quel POPOLO DI DIO di cui ha descritto e sintetizzato  sopra il lungo cammino. E’ solo un estratto del libro ma è sufficientemente significativo. 

MARTINI, IL CARDINALE E DIO      

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Marco Politi
(« La Repubblica », 19/5/’08)

Nell’ultima stagione della sua vita, Carlo Maria Martini si confessa ad un confratello austriaco e ne nascono i « Colloqui notturni a Gerusalemme », appena editi da « Herder » in Germania, che rappresentano il suo « testamento spirituale ».

melograninoConfessa di essere stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal « Concilio » e a non temere di confrontarsi con i giovani.

melograninoUn vescovo, rammenta, deve saper anche osare, come quando lui andò in carcere a parlare con militanti delle « Brigate Rosse » «e li ascoltai e pregai per loro e battezzai pure una coppia di gemelli di genitori « terroristi », nata durante un processo».

melograninoCon padre Georg Sporschill, « gesuita » anche lui, l’ex arcivescovo di Milano è di una sincerità totale. Sì, ammette, «ho avuto delle difficoltà con Dio». Non riusciva a capire perché avesse fatto patire suo Figlio in Croce. «Persino da vescovo qualche volta non potevo guardare un crocifisso perché l’interrogativo mi tormentava». E neanche la morte riusciva ad accettare. Dio non avrebbe potuto risparmiarla agli uomini dopo quella di Cristo?

melograninoPoi ha capito. «Senza la morte non potremmo darci totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza». E invece no. Bisogna affidare la propria speranza a Dio e credergli. «Io spero di poter pronunciare nella morte questo « SÌ » a Dio».

melograninoPerò, se potesse parlare con Gesù, Carlo Maria Martini gli chiederebbe «se mi ama nonostante le mie debolezze e i miei errori e se mi viene a prendere nella morte, se mi accoglierà».

melograninoI « discorsi di Gerusalemme » sono come un lungo simposio notturno, senza bevande, alimentati soltanto dallo scorrere dei ragionamenti, rassicurati dalle ombre calde di una sera che si prolunga fino all’alba.

melograninoC’è stato un tempo – racconta – in cui « ho sognato una Chiesa nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alle gente che pensa più in là. Una Chiesa che dà coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane.

melograninoOggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa ».

melograninoEppure a ottantun anni il cardinale, grande « biblista », non rinuncia a suggerire alla Chiesa di avere coraggio e di osare riforme. È essenziale avere la capacità di andare incontro al futuro.

melograninoIl celibato, spiega, deve essere una vera vocazione. Forse non tutti hanno il carisma. Affidare ad un parroco sempre più parrocchie o importare preti dall’estero non è una soluzione. « La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea. La possibilità di ordinare « viri probati » (cioè uomini sposati di provata fede, « ndr ») va discussa ».

melograninoPersino il sacerdozio femminile non lo spaventa. Ricorda che il « Nuovo Testamento » conosce le diaconesse. Ammette che il mondo ortodosso è contrario. Ma racconta anche di un suo incontro con il primate anglicano Carey, al tempo in cui la Chiesa anglicana era in tensione per le prime ordinazioni di « donne-sacerdote » (avversate dal Vaticano). « Gli dissi per fargli coraggio che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti ».

melograninoSul sesso il cardinale invita i giovani a non sprecare rapporti ed emozioni, imparando a conservare il meglio per l’unione matrimoniale, ma non ha difficoltà a rompere « tabù », « cristallizzatisi » con Paolo VI, Wojtyla e Ratzinger. « Purtroppo l’Enciclica ‘Humanae Vitae‘ ha provocato anche sviluppi negativi.

Paolo VI sottrasse consapevolmente il tema ai padri conciliari ». Volle assumersi personalmente la responsabilità di decidere sugli « anticoncezionali ». « Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia ».

A quarant’anni dall’Enciclica, dice Martini, si potrebbe dare un « nuovo sguardo » alla materia. Perché la Bibbia, ricorda, è molto sobria nelle questioni sessuali. Assai netta è soltanto nel condannare chi irrompe, distruggendo, in un matrimonio altrui. Chi dirige la Chiesa, sottolinea, oggi può « indicare una via migliore dell »Humanae Vitae’ ». Il Papa potrebbe scrivere una nuova Enciclica.

melograninoE l’omosessualità? Il porporato ricorda le dure parole della Bibbia, ma rammenta anche le pratiche sessuali degradanti dell’antichità. Poi aggiunge delicatamente: « Tra i miei conoscenti ci sono coppie omosessuali, uomini molto stimati e sociali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli ». « Troppe volte », soggiunge, « la Chiesa si è mostrata insensibile, specie verso i giovani in questa condizione ».

melograninoC’è un « filo rosso » che lega i suoi ragionamenti nella quiete di Gerusalemme. I credenti non hanno bisogno di chi instilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere una « coscienza sensibile ». E vanno stimolati continuamente a pensare, a riflettere. « Dio non è cattolico », era solita esclamare Madre Teresa.

« Non puoi rendere cattolico Dio », scandisce Martini. Certamente gli uomini hanno bisogno di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che vengono erette. « Ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo ». Dio non si lascia « addomesticare ».

melograninoSe questa è la prospettiva ci si può rivolgere con spirito più aperto al non credente o al seguace di un’altra religione. Con chi non crede ci si può confrontare sui fondamenti etici, che lo animano. Ed è bello camminare insieme a chi ha una fede diversa. « Lasciati invitare ad una preghiera con lui – suggerisce con mitezza Martini – , portalo una volta ad un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell’estraneo ».

melograninoPer il cardinale la grande sfida « geopolitica » contemporanea è lo scontro delle civiltà. « Conoscono davvero i cristiani il pensiero e i pensieri dei musulmani – si chiede Martini – , e come fare per capirsi? ». Tre sono le indicazioni.

  • Abbattere i pregiudizi e l’immagine del nemico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul « Corano ».

  • Studiare le differenze.

  • Infine avvicinarsi nella pratica della giustizia, perché l’ »Islam » in ultima istanza è una religione figlia del cristianesimo così come il cristianesimo è figliato dal giudaismo.

melograninoLa « regola aurea » del cristiano – Martini lo ribadisce in questo suo scritto che assomiglia tanto ad un « testamento spirituale » – è: « Ama il tuo prossimo come te stesso ». Anzi, spiega con la precisione dello studioso della Bibbia, Gesù dice di più: « Ama il tuo prossimo perché è come te ».

melograninoDa lì sorge l’imperativo a praticare giustizia. « È terribile », insiste Martini, « invocare magari Dio nella ‘Costituzione Europea’, e poi non essere coerenti nella giustizia ». E qui il cardinale di « Santa Romana Chiesa » tira fuori il « Corano » e legge la splendida « sura seconda ».

  • Non si è giusti, se ci si inchina per pregare a Oriente o a Occidente. Giusto è colui che crede in « Allah » e nell’ »Ultimo Giudizio ».
  • Giusto è colui che « pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini ».
  • Chi fa l’elemosina e riscatta gli incarcerati. « Costui è giusto e veramente timorato di Dio ».

melograninoPoi torna a riflettere sull’ »Aldilà ». C’è l’ »Inferno »? Sì. « Eppure ho la speranza che Dio alla fine salvi tutti ». E se esistono persone come un « Hitler » o un assassino che abusa di bambini, allora forse l’immagine del « Purgatorio » è un segno per dire: « Anche se tu hai prodotto tanto ‘inferno’ (sulla terra), forse dopo la morte esiste ancora un luogo dove puoi essere guarito ».

melograninoNon finirebbero mai i « discorsi notturni » di Gerusalemme. Lo si capisce dall’andamento quieto delle domande e delle risposte. Come onde che si susseguono. Martini nel frattempo è rientrato in Lombardia, fiaccato dal « Parkinson ». A chi lo ascolta, lascia questo segnale: « Possiamo anche lottare con Dio come Giacobbe, dubitare e dibatterci come Giobbe, rattristarci come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche questi sono sentieri che portano a Dio ».

 

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CRISTO SIGNORE, PONTEFICE ASSUNTO DI MEZZO AGLI UOMINI

Posté : 25 février, 2009 @ 3:37 dans CHIESA POPOLO DI DIO | Pas de commentaires »

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Salutiamo voi che, uniti a Gesù Cristo,

siete diventati il popolo di Dio

insieme con tutti quelli che, ovunque si trovino,

invocano il nome di Gesù Cristo, nostro Signore.

Dio, nostro Padre,

e Gesù Cristo , nostro Signore,

diano a voi grazia e pace. (1 Cor 2-3)

 CRISTO SIGNORE, PONTEFICE ASSUNTO DI MEZZO AGLI UOMINI dans CHIESA POPOLO DI DIO vienispiritosanto

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POPOLO DI DIO:

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Chiamati ad esseresanti insieme

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 PERCHE’ ANGULO?

sangiovannididioilmendicantedigranada.jpgAi tempi di San Giovanni di Dio, c’era un uomo di nome Giovanni d’Avila - da non confondere con il Santo suo direttore spirituale - che, oltre ad essere un caro amico, era diventato l’uomo di fiducia, il suo braccio destro. 

Egli lo chiamava familiarmente ANGULO.

Oggi noi lo ricordiamo proprio perché il suo nome  viene ripetutamente menzionato o sott’inteso nelle Lettere.

« Verrà lì Giovanni d’Avila, che è il mio compagno, benché io lo chiami sempre Angulo: però il suo vero nome è Giovanni d’Avila » (68). Sorella mia molto amata, buona duchessa di Dessa, mandatemi un altro anello o qualsiasi altro vostro monile, affinché abbia che impegnare…(69) (II Lettera alla duchessa di Sessa)

sangiovannididiofirmaabbreviata.jpg« …Se a Gesù Cristo piacerà togliermi da questa vita presente, lascio qui disposizioni per quando tornerà il mio compagno Angulo, che si è recato a Corte, e lo raccomando a voi, poiché si ritrova assai povero lui e sua moglie! . (16).  (III Lettera alla Duchessa di Sessa).

Il suo matrimonio con Beatrice De Ayvar fu celebrato all’interno dell’Ospedale il 14 Maggio 1549.

Il primo suo figlio Giovanni, nacque il 20 Marzo 1550, a soli dodici giorni dalla morte di San Giovanni di Dio; seguirono Filippa nel 1552, Pedro nel 1554 e Alonso nel 1556.

Vn. M. De Mina, Angulo = Juan de Avila. Prototipo del tranajador cristiano en el primewro Hospital de San Juan de Dios, in « Eermanos Hospitalarios », 163: 110-113, 1991

nocentangelo431339.jpgUn buon motivo per dedicare ad ANGULO un meritato posto nel web. Ma anche per rinsaldare con il Santo di Granada un’antica alleanza e rinvigorire  passioni giovanili disperse in tutte le latitudini.

melogranino dans CHIESA POPOLO DI DIO

Video Apocalisse di San Giovanni

« Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le … »

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LA CHIESA

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POPOLO DI DIO

pellegrinocardarcivescovomicheleditorino.jpgLa messa in risalto di Chiesa popolo di Dio viene dal Concilio Vaticano II, (1Cor 2-3) .

Scriveva il Card. Michele Pellegrino, Arcivescovo di Torino:

« Non un agglomerato di gente, non una massa di gente che si trova lì per caso. No, ma un popolo che racoglie in sé tutti i batezzati, che hanno in comune qualcosa di profondo, di grande.

Quando si dice « popolo di Dio » vuol dire che prima di qualsiasi istituzione gerarchica, di qualsiasi differenza, tra preti, vescovi, laici, c’è qualcosa che accomuna tutti i batezzati, tutti i credenti in Cristo, in una unità, in una comunione…

Tuttavia si tratta di una comunità articolata, non indiferenziata. Non siamo chiamati a fare tutti le stesse cose, tutti allo stesso livello. Una comunità differenziata in cui c’è una distinzione di ministeri…

E specificava:

  • Un cristianesimo cosciente…
  • Un cristianesimo critico…
  • Cristiani corresponsabili…
  • Essere coerenti…
  • Essere aperti all’uomo…
  • Apertura al mondo…
  • Apertura agl’ultimi…
  • Apertura a Dio.

Ultima in ordine di tempo, ma non in ordine di importanza. Anzi la dico alla fine, proprio per insistere sull’importanza di questa sigenza. Ho detto: apertura all’uomo, e ora dico apertura a Dio. Del resto, senza l’apertura a Dio non c’è vera e completa apertura ai fratelli ». (Maglie, Lecce , 1979)

pellegrinoarcivescovo.jpg « Mi commuovo quando penso ai mesi in cui il padre, una volta alla settimana, scendeva lo scalone dell’Arcivescovado, bussava alla porticina d’ingresso della nostra sede, si sedeva con noi attorno al tavolo, nella sacrestia e ci spiegava il Vangelo di Giovanni. Una cinquantina di ragazzi, un registratore e lui, il cardinale, con la paternità e l’affabilità che lo distinguevano, ci educava al gusto della Parola. » (Ernesto Oliviero)

gesuciecoduccio.jpg781 « In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la sua giustizia.

Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse.

Si scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un’alleanza e lo formò progressivamente [...].

Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo [...] cioè la Nuova Alleanza nel suo sangue, chiamando gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito » 206

Le caratteristiche del popolo di Dio

782 Il popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia:

 

È il popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma egli si è acquistato un popolo da coloro che un tempo erano non-popolo: « la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa » (1 Pt 2,9).

 

— Si diviene membri di questo popolo non per la nascita fisica, ma per la « nascita dall’alto », « dall’acqua e dallo Spirito » (Gv 3,3-5), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.

— Questo popolo ha per Capo Gesù Cristo (Unto, Messia): poiché la medesima unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al corpo, esso è « il popolo messianico ».

— « Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio ». 207

— « Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati ». 208 È la legge « nuova » dello Spirito Santo. 209

— Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo. 210 « Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza ». 211

— « E, da ultimo, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento ». 212

Un popolo sacerdotale, profetico e regale

783 Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito « Sacerdote, Profeta e Re ». L’intero popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano. 213

784 Entrando nel popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo, si è resi partecipi della vocazione unica di questo popolo, la vocazione sacerdotale: « Cristo Signore, Pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo « un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre ». Infatti, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo ». 214

785 « Il popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo ». Ciò soprattutto per il senso soprannaturale della fede che è di tutto il popolo, laici e gerarchia, quando « aderisce indefettibilmente alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi » 215 e ne approfondisce la comprensione e diventa testimone di Cristo in mezzo a questo mondo.

786 Il popolo di Dio partecipa infine alla funzione regale di Cristo. Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua morte e la sua risurrezione. 216 Cristo, Re e Signore dell’universo, si è fatto il servo di tutti, non essendo « venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28). Per il cristiano « regnare » è « servire » Cristo, 217 soprattutto « nei poveri e nei sofferenti », nei quali la Chiesa riconosce « l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente ». 218 Il popolo di Dio realizza la sua « dignità regale » vivendo conformemente a questa vocazione di servire con Cristo.

« Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani, rivestiti di un carisma spirituale e usando della loro ragione, si riconoscono membra di questa stirpe regale e partecipi della funzione sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima governi il suo corpo in sottomissione a Dio? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del proprio cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? ». 219

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melogranino

GR = a: « …ci educava al gusto

della Parola.” (Ernesto Oliviero)

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LA TRADIZIONE: Giovanni evalgelista, Agostino vescovo, Raffaele arcangelo, Giovanni di Dio, Giovanni Grande…

E ancora: Riccardo, Benedetto, i Martiri della Sagna, Olallo, Eustachio, i Venerabili…alla scuola di Maria, per il momento, la sola donna. Ma quante Marie di Magdala dietro le quinte…!

 

melograninoChi pensasse alla GLOBULI ROSSI Company come ad una recente fondazione, a un nuovo movimento carismatico, con tanto di fondatore,  prima o poi da mettere sugli altari, si sbaglierebbe.

Di attuale c’è soltanto poca cosa: il nome, discutibilissimo. Ma i santi, alcuni di vecchia data, altri freschi di nomina,  compreso uno stuolo di martiri, già esistono e tutti  »canonizzati ». Perciò si cammina sul sicuro.

pampuricopertinabiografiaafumettisanpampuri2.jpgNon c’è merito. Solo la grazia della presa di coscienza di una realtà che esiste almeno da cinque secoli, ma che origina molto, molto prima. A guardar bene, è l’altare dell’Ultima Cena che va dilatandosi a dismisura, fino a raggiungere gli estremi confini della terra.

C’è voluto poco: è bastato spolverare la cassaforte, lucidare le maniglie, oliare la serratura, riaprirla…e i gioielli son tornati a risplendere, a parlare  al cuore.

La rivitalizzazione è solo opera dello Spirito che ha ossigenato e rigenera gl’occhi degli osservatori per coinvolgerli nella divina avventura:

 “Et dixit qui sedebat in throno: ecce nova facio omnia” (Ap 21,5).

melograninoRiccardo è un educatore:

« …ci educa al gusto della Parola »

 

 

 

GLOBULI ROSSI VUOL DIRE CADERE DA CAVALLO

paolopalaconversione324.jpgGR,pur frammento, è Popolo di Dio e perciò stesso Corpo di Cristo.

Ognuno, religioso o laico, dovrebbe essere animato da quell’amore capace di sacrificare se stesso, che Cristo ha mostrato sulla Croce:

« Cristo non ha cercato ciò che piaceva a lui » (Rom.15,3 – Sal. 69,10).

Ognuno ha la sua « via di Damasco ». Ognuno è chiamato a sperimentare la caduta dal cavallo delle umane sicurezze.

  • Alla voce che scende dal Cielo, la domanda che viene spontanea  è sempre la stessa: « Chi sei, o Signore? ».
  • Ed ognuno conserva nel cuore la risposta: « Io sono Gesù…Perché mi persegiti? Su, alzati e rimettiti in piedi ».(Atti: 26, 14-18).
  • Dolcissimo, affettuoso, meritato rimprovero ! 

Come lo zelante Saulo di Tarso, ognuno possiede le perversioni farisaiche tipiche di colui che si propone come salvezza di se stesso, credendo di essere giunto all’apice della perfezione.

A riguardo delle perversioni più profonde, la situazione di Paolo, persecutore zelante, è istruttiva.

Il Card. Martini,  rifacendosi al Vangelo che dice: « I peccatori vi precedono nel Regno di Dio« , ne ricava questo insegnamento:

« Vuol dire che chi commette dei peccati, ad esempio, si ubriaca o si lascia vincere dalla sensualità, commette peccato, certo, ma è sempre, in qualche modo, conscio di fare il male: ha bisogno di comprensione, di aiuto e dimisericordia per superare la propria debolezza e confessa di essere fragile e debole.

Ed è questo il peccato che Gesù attacca nei farisei: quella perversione fondamentale per cui l’uomo si fa salvezza di se stesso e, credendo di essere giunto all’apice della perfezzione, giunge alle più gravi aberrazioni della violenza« .

Di questo male oscuro  patiamo un po’ tutti: sia i consacrati che i laici cristiani.

GR, nell’anno Paolino, assume il significato di una richiesta all’apostolo  per sapere dove il Signore lo ha portato dopo la caduta da cavallo.

La risposta di Paolo è nella Lettera ai Filippesi e in quella ai  ai Galati, dove egli ci fa comprendere il significato di questa direzione.

Noi, un po’ alla volta, in questa analisi dei,testi ci faremo guidare dalle sapienti considerazioni dell’Arcivescovo Martini…

Vedi anche   SAN PAOLO CADUTO TRE VOLTE – Gianfranco Ravasi

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UNA FEDE ADULTA E PENSATA

melogranofiore.jpgGR  è un melograno fatto di tanti chicchi che aspirano a maturazione per diventare rossi e succulenti. Un frutto generato da un albero genealogico  ben piantato e solido: Giovanni di Dio, un avventuriero illuminato.

GR è un invito a riflettere, un modo di pensare, un risveglio, una rinascita, una iniziativa, rimedio alla tentazione di stanchezza e scoraggiamento che si registrano su diversi fronti.  E’ una proposta terapeutica per le anemie spirituali, un’offerta di riconciliazione con se stessi, con la propria sorte, con la propria vita, con la propria salute, con i propri difetti, con il proprio ambiente, con la propria famiglia, con la società, con il proprio lavoro, con la Chiesa . 

Una compagnia di persone che, da anemiche che erano, una volta  graziate ed amate, si fanno, a loro volta,  per così dire, « donatori di sangue« , portatori di ossigeno nei tessuti asfittici del proprio contesto . Ciò è reso possibile dal sentirsi a proprio agio come figli del Padre, fratelli con i fratelli e sorelle nella società civile ed ecclesiale.

Ma con una caratteristica anche espressiva: di persone « gioioisamente » graziate ed amate che lo esprimono anche nel saluto: Shalom! . E con il cantico sulle labbra: Magnificat!

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GR può perfino diventare un ministero della carità misericordiosa, vicendevolmente esercitato. Un percorso di paziente ricostruzione di personalità che, da fragili e inconsistenti, diventano armoniche, capaci di relazioni giuste, con Dio e con il prossimo, col Mistero assoluto, con la propria povertà, con l’ambiente, per meschino che sia, col mondo per torvo e torbido che appaia.

GR è un modo molto semplice, un clima per recepire l’appartenenza alla Nuova Alleanza che è nuova creazione, nuovo inizio, a partire dalla risurrezione del Crocifisso che indica l’amore di Dio che si dona sino alla fine, che perdona « settanta volte sette », 490 volte.

Dove si posa l’alito dello Spirito, l’amore  della Trinità divinai, ogni cosa si rianima, torna come nuova. Più semplice  di così !

 E allora, musica:

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Concerto brandeburghese n.2

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L’ERA NUOVA E IL GIORNO DEL SIGNORE  .  

angelonocent.pngNella terza fase della mia età, mi trovo provvidenzialmente ad incarnare in qualche modo le due anime dei Fatebenefratelli: la religiosa e quella laica. Il connubio è frutto di vicende storiche che mi hanno portato ad alterne esperienze di vita. 

Te le senti addosso come la pelle e non te le potresti togliere se non scorticandoti. Una mutilazione dolorosa e inutile.  

Come in ogni convivenza, anche nella mia  non mancano le contraddizioni, i lati oscuri, le penombre, le paure, magari incorniciate in una paludata sicurezza, solo apparente, che cela diverse fragilità e nasconde numerosi limiti.

Epperò, chi si trova in questa posizione che non frutta  benefici materiali ed esenta dalla preoccupazione di dover tutelare o difendere interessi personali o economico-istituzionali, non avendo un’immagine da salvaguardare, nulla da dimostrare, possiede una grande ricchezza: la libertà interiore. 

Se c’è una forza, una grazia, è proprio contenuta in questa pronunciata debolezza: essere uomini che non contano. Il vantaggio è immediato: ci si sente liberi e leggeri (che non vuol dire irresponsabili e distanti) e  si avverte di poter osare il linguaggio della fede senza esitazioni, laddove  il « politicamente corretto, » consiglierebbe di usare un idioma alla pari: quello umano del dare e dell’avere, dei calcoli e delle scaltrezze.  Nulla di male, s’intende, ma limitante.

In un clima di pesanti condizionamenti, saturo di riserve mentali di ogni genere, su ogni tema,  il modo di comportarsi è soggetto a incombenti tentazioni:

  • mandare a farsi benedire il « Regno di Dio« , espressione che non viene colta nel suo significato, quasi fosse una cosa che ha da venire. Lo dice espressamente l’evangelista Luca: « Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il Regno di Dio è in mezzo a voi » (Lc 17,20-25).

  • Gesù non viene solo ad annunciare il Regno ma è lui stesso la venuta  del Regno. In Lui il Regno viene partecipato come dono. Non a caso, a non accorgersene sono proprio i Farisei. Sono loro a domandare a Gesù, che rende presente il Regno, quando il Regno verrà.

  • Farisei di oggi siamo noi nella misura in cui non reagiamo  agli stimoli della Grazia, ossia dello Spirito, promesso compagno di viaggio alla Chiesa, fino alla fine dei tempi. Il primo gesto cui siamo chiamati è di aprire gl’occhi su questa presenza non appariscente, ma reale e determinante.

  • Il rischio incombente è sempre lo stesso: lasciarci sorprendere e sospingere verso « altro » che non sia il Regno di Dio. E poi, riformulare l’astuta e scaltra domanda: quando verrà?

 

santamariadellortoroma.jpgQualche giorno fa mi sono sentito al telefono con l’amico carissimo Don Enrico Ghezzi, oggi Rettore di Santa Maria  dell’Orto di Roma, dopo aver lasciato da poco la Parrocchia.

Gli sono riconoscente debitore, giacché in  gioventù, lui studente alla Gregoriana, io aspirante… mi ha fatto tanto amare la Chiesa con le lettere che mi scriveva ed i libri che mi spediva.

Ad un certo punto della conversazione è emersa una constatazione:  noi apparteniamo, senza merito,  a quella generazione  che ha vissuto lo svolgersi del Vaticano II. Una grazia enorme.

Ma anche una generazione sfortunata, se vogliamo, perché  di “sognatori e visionari”, molto simile a quella di cui parla il profeta Gioele al cap. 3.  E’ per via di un contesto che voleva e vorrebbe altro.  E’ il ripetersi della domanda farisaica: quando verrà il Regno di Dio?

Fortunatamente basta rileggere il passo della promessa per sentirsi rinfrancati sulle gambe e riprendere vigore:  

 

melogranino

melograninoDopo questo,
io effonderò il mio spirito
sopra ogni uomo
e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;

melograninoi vostri anziani faranno sogni,
i vostri giovani avranno visioni.

melograninoAnche sopra gli schiavi e sulle schiave,
in quei giorni, effonderò il mio spirito.

melograninoFarò prodigi nel cielo e sulla terra,
sangue e fuoco e colonne di fumo.

melograninoIl sole si cambierà in tenebre
e la luna in sangue,
prima che venga il giorno del Signore,
grande e terribile.

melograninoChiunque invocherà il nome del Signore
sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme
vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore,
anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati. 

 

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melograninoDeludersi per i tempi? Mai. Dio va cercato là dove ci si trova, ha detto recentemente il Card. Martini, fiaccato nel fisico ma sorretto sempre da una gioiosa speranza. Quelli come me che hanno una piccola debole fede, hanno sempre la possibilità di unirsi a quella grande, assoluta, di Maria. Volendo, anche noi come lei, siamo in grado di vederegià ora il non ancora.

Che fortuna! Ci sono stati riservati proprio gli anni migliori della Storia.

Dall’incarnazione del Verbo, quelli che viviamo, sono i migliori perché è un espandersi del Regno di Dio che ci coinvolge come protagonisti nell’Evento che in Cristo, Alfa e Omega,  ricapitola l’universo intero.

Non so ancora bene perché ho messo in piedi questo nuovo cantiere. Forse mi premeva di evidenziare una cosa che ho in animo, ossia che i movimenti, le associazioni, gli ordini e le congregazioni… mi vanno benissimo. A patto che non si perda mai di vista la consapevolezza di appartenere al POPOLO DI DIO e che non si straveda – come talvolta accade – più per i fondatori che per il Sommo Sacerdote

.

CRISTO GESU’

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melogranino

 Udite, udite ! 

« Io, Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, saluto i fratelli della città di Efeso che credono in Cristo Gesù: Dio nostro Padre e Gesù Cristo nostro Signore, vi diano grazia e pace.

      Dio ci ha amati per mezzo di Cristo

melograninoBenedetto sia Dio
Padre di Gesù Cristo nostro Signore. 

 Egli ci ha uniti a Cristo nel cielo,
ci ha dato tutte le benedizioni dello Spirito. 

melograninoPrima della creazione del mondo
Dio ci ha scelti
per mezzo di Cristo,
per renderci santi e senza difetti
di fronte a lui. 

melograninoNel suo amore
Dio aveva deciso
di farci diventare suoi figli
per mezzo di Cristo Gesù.
Così ha voluto
nella sua bontà. 

melograninoA Dio dunque sia lode,
per il dono meraviglioso
che egli ci ha fatto
per mezzo di Gesù
suo amatissimo Figlio
Cristo è morto per noi
e noi siamo liberati;
i nostri peccati sono perdonati. 

melograninoQuesta è la ricchezza della grazia di Dio,
che egli ci ha dato
con abbondanza. 

Ci ha dato la piena sapienza
e la piena intelligenza:
 

ci ha fatto conoscere
il segreto progetto della sua volontà:

quello che fin da principio
generosamente
aveva deciso di realizzare
per mezzo di Cristo. 

melograninoCosì Dio conduce la storia
al suo compimento:
riunisce tutte le cose,
quelle del cielo e quelle della terra
sotto un unico capo,
Cristo. 

melograninoE anche noi,
perché a Cristo siamo uniti,
abbiamo avuto la nostra parte;
nel suo progetto
Dio ha scelto anche noi
fin dal principio. 

melograninoE Dio realizza
tutto ciò che ha stabilito. 

Così ha voluto
che fossimo una lode della sua grandezza,
noi che prima degli altri
abbiamo sperato in Cristo. 

melograninoE anche voi
siete uniti a Cristo,
perché avete ascoltato
l’annunzio della verità,
il messaggio del Vangelo
che vi portò la salvezza,
e avete creduto in Cristo. 

melograninoAllora Dio vi ha segnati
con il suo sigillo:
lo Spirito Santo che aveva promesso.

melograninoLo Spirito Santo
è caparra della nostra futura eredità:
di quella piena liberazione
che Dio darà a tutti quelli che ha fatto suoi,
perché possano lodare
la sua grandezza. 

melogranino (LETTERA AGLI EFESINI, 1ss)  

Formidabile l’ammonimento dell’Apostolo Pietro: « Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori ».

E bella quella messa in luce di un’altra profonde esigenza di vita che tocca tutti:

« Siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi » (1 Pietro 3, 15).

Essa viene  dall’ascolto della Parola e dalla fede accolta anche

  • nella sua bellezza e forza intellettuale,

  • nella sua intima « ragionevolezza »,

  • nella singolare sintonia che essa sa realizzare con i valori e le richieste della mente umana,

  • e dunque come risposta piena, anzi eccedente a tutte le istanze autentiche della ragione

Questi sono gli intenti che si prefigge il cantiere.

Buona navigazione e partecipazione, dallo scafista

Angulo

CHE COSA CI FA QUI

in una galassia

IL POPOLO DI DIO ?

 

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Non siamo sperduti in una delle tante galassie ma conosciuti e chiamati per nome. Oggi, davanti alle conoscenze scientifiche, lo stupore è come non mai!

 

L’UNIVERSO ?    E’ ARMONICO   

Spia di un intrinseco « finalismo », l’evoluzione del cosmo passa dalla materia fino allo spirito: una riflessione del Cardinale Martini. «Gli astronomi e i fisici parlano da tempo di « multiverso », ed è un concetto che interroga la fede».

Un itinerario che parte da San Paolo e attraverso Pascal arriva a Teilhard de Chardin.

CARD. CARLO MARIA MARTINI

(« Avvenire », 15/12/’07)

martini-conferenziere-thumbnailChe cosa può significare l’ »universalismo » nel rapporto fra religioni e culture? Per rispondere a questa domanda, personalmente mi sarei piuttosto ispirato prima alla scienza, poi alle Scritture. Sarei partito cioè dalla definizione fisica di universo, così come viene data dagli astronomi e dai fisici.

Essi parlano anzi oggi di «multiverso» intendendo così che non riusciamo a cogliere i limiti delle realtà nelle quali siamo immersi e che forse esistono altre realtà analoghe con le quali, almeno per il momento, non comunichiamo. Ciò ha a che fare anche con il desiderio che sentiamo di totalità e insieme con l’impossibilità pratica di raggiungerla.

 

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Anche se rimane vera la frase di Pascal: «Tous les corps, les firmaments, les étoiles, la terre et ses royaumes, ne valent pas le moindre des esprits: car il connait tout cela, et soi», rimane parimenti vero che tutto in questo universo nostro è costruito a partire dalla materia, che è quindi la prima «universalità», pur se debole, che noi tocchiamo senza riuscire a misurarla a fondo.

Questo universo è in continua evoluzione, almeno l’universo che noi conosciamo. Un’evoluzione che passa per tutti i gradi dell’essere e arriva dalla materia fino al pensiero e all’amore. E qui citerei ancora le parole di Pascal, che con grande coraggio supera l’incantesimo prodotto dalla quantità illimitata di materia per giungere a dire che un atto di bontà, un sorriso, un atto d’amore, valgono immensamente più di tutte le misure possibili e immaginabili: «De tous les corps et esprits, on n’en saurait tirer un mouvement de vraie charité: cela est impossibile, et d’un autre ordre».

 

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Il punto finale a cui tende questa evoluzione potrebbe essere espresso con le parole misteriose di San Paolo: «Quando tutto gli (al Figlio) sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (l Cor 15, 28).

È in questo «tutto in tutti» che vedo concretamente indicato l’universo, che rappresenta perciò chiaramente non un dato già costruito ma un punto di arrivo.

Ciò è espresso anche nella « Lettera agli Efesini », quando essa nomina «la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (1, 23), «che ascese al di sopra di tutti i cieli per riempire ogni cosa» (4, l0). C’è dunque una universalità che è il termine di tutto il cammino umano. Non si tratta però di una universalità debole, per « entropia », cioè di qualcosa di amorfo e di gelatinoso; ma di una universalità forte, nella quale le singole individualità personali sono riunite in unica e perfetta armonia.

 

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E qui non potrei non ricordare le pagine mirabili scritte da Teilhard de Chardin a questo proposito.

Per esempio, là dove parla di quella tensione gradualmente accumulatasi tra l’umanità e Dio che toccherà un giorno i limiti prescritti dalle possibilità di questo mondo. E allora sarà la fine. Nell’azione finalmente liberata delle vere affinità degli esseri, gli « atomi spirituali » del mondo saranno portati al loro pieno sviluppo e collegati da una forza generatrice, dal potere di coesione proprio dell’universo e occuperanno il posto designato per loro nella struttura vivente del « Pleroma » (« Le milieu divin »).

Si potrebbero citare molte altre pagine dello stesso autore, in particolare dell’ »Inno dell’universo », dove egli esalta questa pienezza totale che non è cancellazione delle singole individualità, ma affermazione piena della individualità di ciascuno in una perfetta armonia.

Guardando le cose da questo punto di vista, si vede allora come non sono da promuovere le singole individualità semplicemente in quanto opposte le une alle altre, ma in quanto esiste in loro una forza di convergenza che permette di superare il loro stato presente di chiusura e aprirsi sempre più a quella pienezza cui sono chiamate.

In questo senso occorrerebbe considerare le diversità culturali e anche le opposizioni delle diverse religioni. Non si tratta di esasperarle e neppure di banalizzarle o « omologarle » o ridurle a un minimo denominatore, ma di far emergere quegli elementi a partire dai quali esse possono raggiungere una sempre maggiore convergenza, anche attraverso le necessarie purificazioni.

SALMO 139

Signore, tu mi scruti e mi conosci;
2mi siedo o mi alzo e tu lo sai.
Da lontano conosci i miei progetti:
3ti accorgi se cammino o se mi fermo,
ti è noto ogni mio passo.
4Non ho ancora aperto bocca
e già sai quel che voglio dire.
5Mi sei alle spalle, mi stai di fronte;
metti la mano su di me!
6È stupenda per me la tua conoscenza;
è al di là di ogni mia comprensione.
 

7Come andare lontano da te,
come sfuggire al tuo sguardo?
8Salgo in cielo, e tu sei là;
scendo nel mondo dei morti, e là ti trovo.
9Prendo il volo verso l’aurora
o mi poso all’altro estremo del mare:
10anche là mi guida la tua mano,
là mi afferra la tua destra.
11Dico alle tenebre: « Fatemi sparire »,
e alla luce intorno a me: « Diventa notte! »;
12ma nemmeno le tenebre per te sono oscure
e la notte è chiara come il giorno:
tenebre e luce per te sono uguali.
13Tu mi hai plasmato il cuore,
mi hai tessuto nel seno di mia madre.
14Ti lodo, Signore: mi hai fatto
come un prodigio.
Lo riconosco: prodigiose sono le tue opere.
15Il mio corpo per te non aveva segreti
quando tu mi formavi di nascosto
e mi ricamavi nel seno della terra.
16Non ero ancora nato e già mi vedevi.
Nel tuo libro erano scritti i miei giorni,
fissati ancor prima di esistere.
17Come sono profondi per me i tuoi pensieri!
Quanto è grande il loro numero, o Dio!
18Li conto: sono più della sabbia!
Al mio risveglio mi trovo ancora con te.

  19O Dio, sopprimi i malvagi!
Allontana da me i violenti!
20Parlano di te per ingannare:
abusano del tuo nome: sono tuoi nemici.
21Signore, odio quelli che ti odiano,
disprezzo chi si ribella a te.
22Li odio di un odio implacabile:
anche per me sono nemici.
  

23Scrutami e conosci il mio cuore, o Dio.
Mettimi alla prova e scopri i miei pensieri.
24Vedi se seguo la via del male
e guidami sulla tua via di sempre.
 

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FORUM | BLOG

alfaomega.jpgLE COMUNITA’ SI INTERROGANO: Roma

Non è tutto nero come sembra

 

Il parere di parroci e laici impegnati a Roma ad animare la pastorale nelle parrocchie.

di Vittoria Prisciandaro

Una stanza sobria, quasi spoglia. Alle pareti, un’ icona, il crocifisso, il disegno di un bambino. Sulla scrivania tanti libri. Paolo VI, Il Concilio, La Bibbia di Gerusalemme.

Don Enrico Ghezzi è un milanese trapiantato a Roma da quasi quarant’ anni, da dieci è parroco a San Vigilio, all’ Eur. «Minoranza? Lo dimostra la frequenza ai sacramenti, in netto calo rispetto al passato. E molti lo fanno per tradizione: una volta ricevuto il sacramento, finisce la formazione religiosa».

  • Quali le cause?

Don Enrico non ha dubbi: «Il Papa dice che bisogna ritornare al Concilio e che la Chiesa deve dialogare. Ma se la Chiesa dice no ai divorziati, no agli omosessuali, no al la genetica, no a tutto… con chi dialoga?

D’ altra parte, c’ è un ritorno massiccio ai santuari e alle immagini devozionali, all’ elemento religioso come a una fonte di sicurezza psicologica».

  • Come è cambiato il ruolo del parroco in questo contesto?

«È rimasto punto di riferimento per i momenti più importanti della vita. E la parrocchia resta l’ immagine della Chiesa universale, a meno che non abbia perso la sua identità facendo monopolizzare tutto dai movimenti».

  • Quali consigli dare ai giovani parroci?

«Oggi per fare il prete occorrono grande amore a Gesù Cristo, passione per il popolo di Dio, e spirito di sacrificio. Non so se i seminari educhino a queste cose. D’ altra parte, a furia di pensare a un laicato silenzioso, i laici sono scomparsi».

«È vero, testimoni-faro oggi non se ne vedono più tanti in giro - commenta Paola Moreschini, viterbese, avvocato, mamma di Davide e Lorenzo, sposata con Beniamino Lecce, ‘semplice cristiana’ impegnata con l’ associazionismo dei consumatori - .

Eppure, non condivido il pessimismo che c’ è in giro: c’ è una larga fetta di cristiani, che probabilmente non frequenta la comunità ecclesiale, ma ha un atteggiamento interiore docile, di servizio e di attenzione agli altri, forse a differenza di altri che frequentano la chiesa e hanno il cuore duro come un sasso».

Paola non si sente minoranza e mette in guardia: «Questa tendenza di contarsi a me non piace molto, anche perché, qual è il criterio per farlo? La fede forse è l’ unico ambito in cui i sondaggi non sono affidabili».

Nessuna amarezza, dunque, ma anzi sorpresa. «Rispetto a una società, e a volte purtroppo a una Chiesa, basate sull’ immagine e sui consumi, resto sempre sorpresa la domenica quando a messa vedo tante persone disposte a ‘perdere’ un’ ora per portare avanti un discorso di fede», conclude la signora Lecce.

Un invito al discernimento viene da don Giambattista Angelo Pansa. Bergamasco, da trentatré anni a Roma, da sette guida la parrocchia della Trasfigurazione, nel quartiere Monteverde. «La cristianità diffusa? Mi piacerebbe sapere quando c’ è stata! Mi sembra che si stia equivocando, perché si contrappone ai fasti di un passato inesistente un presente che invece sarebbe disastroso».

Don Giambattista ricorda che quando era viceparroco di borgata, ventisei anni fa, la frequenza alla messa domenicale era più bassa rispetto a oggi. «Una scissione tra fede e vita è in atto ormai da molti anni nel nostro paese, anche se la grande maggioranza si professa ancora cattolica.

La novità sta nel fatto che soprattutto la globalizzazione della comunicazione ha portato alla relativizzazione dell’ appartenenza religiosa. Ma questo - dice il parroco - non significa che sia cambiato il ruolo della parrocchia. Resta la fontana del villaggio, il luogo di incontro con Dio e di formazione delle coscienze.

Tutti dicono che bisogna rifondare le parrocchie, eppure sono l’ unica cosa che ancora regge. Tanto pessimismo sull’ oggi è sfiducia nello Spirito santo, è come dire che la Chiesa del passato ha sbagliato in tutto! Non è possibile senza un discernimento serio liquidare la cultura contemporanea come antireligiosa: questo rischia di essere un alibi per gli operatori pastorali, per non impegnarsi e scavarsi delle facili trincee».

Niente minoranza, allora? «È un’ analisi equivoca, perché rischia di accompagnarsi all’ idea della forte identità da difendere, anche in modo aggressivo, in lotta con il mondo. Così si cade in un vittimismo di maniera, che parla di un ritorno catacombale».

Dalla collina del Gianicolo al centro di Roma. In viale Mazzini c’ è la chiesa di Cristo Re, retta dai dehoniani. Padre Angelo Arrighini la guida da dieci anni. «Ufficialmente non credo si possa parlare di minoranza, ma di fatto sì: a parte il calo delle vocazioni, basta considerare che su tre battesimi, due sono figli di coppie conviventi, e alle prime comunioni, in quasi la metà dei casi si tratta di ragazzi di separati o di divorziati. Purtroppo, i genitori non sono più in grado di trasmettere un certo humus cristiano. Insomma, non viviamo in una situazione di ostilità, ma di indifferenza».

«Il paradosso - dice padre Arrighini - è che si percepisce la necessità di una missione all’ interno delle nostre comunità, ma non c’ è mai stata, come oggi, una fioritura di corsi biblici, di documenti del magistero, di sussidi audiovisivi, di istituti di scienze religiose& Forse una delle cause è il mancato aggiornamento, la mancata percezione del problema della comunicazione che c’ è tra sacerdoti e mondo. Continuiamo a usare un linguaggio che non trasmette più nulla».

«Uno dei punti di forza della parrocchia - commenta padre Angelo - è la partecipazione dei laici e il lavoro del Consiglio pastorale», e tra i laici «impegnati» a Cristo Re c’ è Giovanni Bachelet. Classe ’ 55, sposato con Silvia Fasciolo (Agesci), quattro figli, docente di fisica e chimica alla Sapienza, Giovanni ricorda la lezione del papà, Vittorio, ucciso in un attentato terroristico il 12 febbraio del 1980.

«Ho ereditato da mio padre il sano dubbio che i santi, quelli per i quali l’ incontro con Gesù è un fatto decisivo che orienta e qualifica ogni scelta della vita (e non automatica o superficiale appartenenza etnica, territoriale, sociale), cioè i veri cristiani, siano sempre stati una minoranza.

I cristiani erano pochi ai tempi delle catacombe, ma non erano numerosi, a dar retta a Dante, neanche ai tempi della societas christiana; non abbondavano né nei giorni dell’ onnipotenza democristiana, né in quelli della contestazione; sono pochi anche ora, fra scisma sommerso e opulenta indifferenza.

Pochi, ma buoni. Sufficienti a infondere speranza e carità alla propria generazione e a trasmettere la fede in Cristo a quella successiva». .

I SEGNI DEI TEMPI

«Se si guarda in superficie il mondo odierno, si è colpiti da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo. Ma è questo un sentimento ingiustificato: noi abbiamo fede in Dio Padre e Signore, nella sua bontà e misericordia. In prossimità del terzo millennio della Redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l’inizio».


(Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n.86)

IL NOSTRO PUNTO DI VISTA


APPARTENERE O ESSERE?

Jean Delumeau è un raffinato storico francese, interessato particolarmente alla storia del cristianesimo. Alcuni anni fa pubblicò un saggio, tradotto anche in italiano, in cui si chiedeva se il cristianesimo fosse destinato all’ estinzione. Forse no. A meno che il numero dei cristiani non giunga sotto una soglia minimale.

Certamente il cristianesimo - affermava Delumeau - non avrebbe più giocato il ruolo che storicamente aveva avuto nel mondo occidentale.

Sullo stesso tema è ritornato di recente un altro storico francese, René Rémond. Anche lui rilevava la scarsa incidenza, e anche un’ aperta ostilità, che il cristianesimo (e il cattolicesimo in particolare) ha nella vita dei singoli e nelle società.

Anche scrittori, saggisti e uomini di Chiesa di casa nostra hanno più volte trattato l’ argomento. Questo per dire quanto il tema affrontato in questo dossier sia attuale, pressante e vasto: di una vastità tale che richiederebbe altrettanto ampia trattazione, articolata secondo le varie prospettive che esso coinvolge.

La parola «cattolico» etimologicamente significa universale, una sua definizione ha bisogno quanto meno di un’ ampia prospettiva di visuale e di interpretazione. Forse noi leggiamo il fenomeno con occhiali tipici della cultura occidentale. Non si può negare comunque, al di là anche delle grandi cifre che il Giubileo ha messo in mostra, al di là della sterminata folla di giovani accorsi a Roma da tutto il mondo per celebrare e vivere la Giornata ad essi dedicata, che il cristianesimo è diventato ormai una realtà di minoranza, dal punto di vista della significatività sociale e culturale.

Resta aperta comunque la domanda su che cosa significhi essere cristiano. Se un fatto personale o un fatto sociale, di costume. Se quello che conta è appartenere alla cristianità o essere cristiani.

L’ una o l’ altra risposta aprono il campo a valutazioni assai diverse. E l’ impressione che si ricava leggendo le  testimonianze raccolte nel dossier, è che nei cristiani di oggi, ridotti nel numero, sia prevalente la preoccupazione di essere cristiani, di vivere il cristianesimo come il Vangelo richiede.

Non per crogiolarsi nell’ autocompiacimento di essere «pochi ma buoni», ma per diventare lievito che fermenta una nuova evangelizzazione che avvicini tutti a Gesù, per grazia di Dio ma anche per l’ esemplarità di vita dei cristiani.

Il discorso potrebbe portare molto indietro nel tempo, fino alla grande svolta costantiniana, quando tutto, in un breve arco di tempo, in una Roma  pagana e persecutrice dei cristiani, cominciò a fare riferimento a una cultura cristiana.
Ma nel Vangelo Gesù fa riferimento, e con espressioni forti, a piccole comunità, invitate a essere sale e lievito. Piccole porzioni della grande comunità degli uomini, capaci di dare sapore o far lievitare la massa, per creare realtà più consistenti. Un eccesso di sale non dà più sapore ma rende salato e quindi immangiabile il cibo; il lievito non può superare la quantità della pasta, non sarebbe più capace di farla fermentare.

Il fatto di un cristianesimo ridotto, almeno nei numeri, a minoranza non può essere letto come reazione a un cristianesimo troppo salato o eccessivamente lievitato?

A un cristianesimo diventato forte, potente, cioè pasta?

Assume un sapore nuovo e un significato diverso riascoltare allora alcuni stimoli del Vangelo che ci invitano a ritornare a essere sale, a brillare come luce posta sul moggio, a non temere di essere un piccolo gregge, anche questo momento in cui il cristiano è chiamato a riesprimere la propria testimonianza in un contesto secolarizzato e dimentico delle proprie radici.

Un percorso di credibilità umana ed esistenziale, capace di farsi illuminare e accompagnare dalla  Parola.

di Luciano Bertazzo

Da IL MESSAGGERO

 

 

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