ANGULO dei Globuli Rossi – UNA CASA DI "SOGNATORI E VISIONARI" DEL POPOLO DI DIO – Aggiungi un posto a tavola…

Caro Fra Luigi – « Il soave profumo di Cristo… »

Classé dans : LETTERE AGLI AMICI — 3 juin, 2009 @ 16:55

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Buon giorno!
Ho letto con piacere quanto mi hai mandato, sia la Tua lettera, sia quella di Mosignor Enrico Ghezzi e il discorso tenuto dal Papa Giovanni Paolo Secondo alla Parrocchia di Padre Ghezzi. Desidero però soffermarmi sulla lettera di P. Ghezzi: il Padre sottolinea come in questo quarantennio si sono adoperati molto nelle ristrutturazioni e ammodernamento degli ambienti e delle attrezzature, ma poco , troppo poco del coinvolgimento dei Religiosi e sopratutto di seri investimenti nelle Risorse Umane riguardante la « Formazione » in senso lato, vale a dire sia Professionale sia Religiosa.

Alla luce di quanto sopradetto vorrei far notare che da molto tempo a questa parte i Priori sono supportati da Direttori Amministrativi; ciononostante mi sembra che non si sta sfruttando questo periodo come tempo di Grazia, dedicandoci di più alla Formazione e allo Studio per essere ancora Oggi dei Fatebenefratelli sì « Diversi » ma solo in questo modo portatori del Messagio dei Valori Eterni e della « Cartà » che ci può fare tutti Fratelli gratificati e realizzati per il Regno di Dio. Ciao. Buona Pentecoste e a risentirci. Saluti.

Fra Luigi Garbin o.h.

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03 Giugno 2009

Caro Fra Luigi,

questa mia è la nuova versione in risposta alla tua. La precedente è andata inspiegabilmente in fumo mentre te la inviavo, restandoti solo la preghiera. Spero che almeno questa giunga a buon fine.

Comincio col chiarirti una cosa: quando ti ho scritto che Don Enrico è monsignore, secondo lui anch’io avrei preso un abbaglio. Tu sai bene che a Roma si viene considerati se almeno si è monsignori o dottori. Qualcuno che in curia lo stima e lo considera, ha dedotto che egli dev’essere almeno monsignore e gli ha affibbiato il titolo in internet. Lui sostiene trattarsi di una bufala. Comunque, sia come sia, don Enrico è don Enrico e per noi è più che sufficiente. Mentre lui non ne soffre per non esserlo.

Sono contento che le mie ultime segnalazioni ti abbiano fatto bene al cuore.

Credo che la diagnosi stilata da Don Enrico corrisponda al vero. In un’altra circostanza mi ha scritto: “è come se si pretendesse di riformare la scuola cambiando i banchi”. Forse si è verificato proprio questo inconveniente.

Nella considerazione che fai sui Priori che da anni sono affiancati da Direttori Amministrativi, evidenzi senza dirlo che le “riforme conciliari” non possono essere decisioni prese a tavolino con circolari o delibere o atti capitolari, ma di altra natura se non si vuole che risultino fuochi di paglia. Pensa: può succedere persino alla Parola di Dio:

“«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
• Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.
• Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.
• Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.
• Chi ha orecchi, ascolti». (Mt 13, 1-23)

Anche oggi il Signore Gesù ci affianca lungo il cammino come il “misterioso forestiero” sulla Gerusalemme -Emmaus. Egli continua a sostenerci come aveva promesso: “sarò con voi fino alla fine”. Ma si rivela a una condizione: che si decida di ospitarlo: .

Questa espressione l’abbiamo messa in musica e la si canta. Ma se non è un desiderio sincero della Comunità e solo un’espressione cortese, un “tanto per dire”, si possono fare pie pratiche devote, inni e cantici, indire convegni nazionali ed internazionali, stampare libri ed articoli…e continuare a sentirsi sempre più soli e delusi.

Te la ricordi la Lettera Pastorale del Card. Martini dal titolo “Ripartire da Emmaus” ? Bisogna rispolverarla e rifarsi ad essa proprio nel momento in cui il Priore Generale propone di trasformare l’Ordine in Famiglia Ospedaliera. Tutto si può fare. Ma la casa sta in piedi solo se è costruita nel segno dello Spirito. Che vuol dire – come suggeriva Paolo VI –

Con il fuoco nel cuore
• la Parola sulle labbra
• la profezia nello sguardo

Se non impariamo la lezione di Emmaus, ogni iniziativa è desinata a deluderci ed il ripetersi delle frustrazioni non fanno che accumularci amarezza e condurci ad un vivere rassegnato.

L’anno Paolino giunge al termine. Sarebbe un peccato che anche questa opportunità di riscoprire il “realismo” che lo anima, andasse perduta dai membri della Provincia che di realismo hanno bisogno, più che di pane, bloccati come sono da incantesimi e parole magiche.

Il realismo di Paolo deriva dal fatto che egli ha permesso allo Spirito di sciogliere l’agitazione del suo cuore. A questa “peste di uomo” (cf At 24,5) il Signore Gesù affida la missione di essere Apostolo delle genti. Ma, dal canto suo Paolo si lascia afferrare, ferire e coinvolgere personalmente, fino a pagare di persona, con la stessa vita, la sua fedeltà.

(Alla fine della lettera, per comodità, ti riporto questo passo degli Atti che, mutatis mutandis, mi fa pensare alla fine umanamente ingloriosa di San Benedetto Menni, Priore Generale, fatto decadere, esiliato e morto in Francia. E’ avvenuto nel secolo lasciato alle spalle. Credo siano pagine come queste che possono restituire la carica persone anche avanti negli anni, perché donano il vigore spirituale di avanzare sulle difficoltà di ogni genere) .

Il Paolo convertito è l’uomo di prima: non è stato salvato dalla sua umanità, dai suoi limiti o dal suo carattere, ma attraverso tutto questo. Afferrato da Cristo, ha accettato la trasformazione del cuore, ha messo in discussione le sue radicate convinzioni, fino a diventare “sacramento”, cioè segno e strumento della salvezza che annuncia: “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo” . (1Cor 11,1).

A Sydbey, il 21 luglio 2008 Benedetto XVI ha detto ai giovani: “…I vostri sforzi hanno preparato il terreno perché lo Spirito scendesse con forza”. E’ lo stesso augurio che fai a me quando mi scrivi “Buona Pentecoste”. Io, tu, Enrico e tutti gli altri…siamo contadini chiamati a preparare il terreno. E’ la stessa missione di Paolo.

Hai mai pensato al significato della parola “culto” ? Ha una radice latina che significa proprio “coltivare”. Questo e il ruolo o vocazione: coltivare quotidianamente nella celebrazione e nella vita, ciò che Dio è.

Tu richiami il quarantennio scorso con una vena di delusione. Condivido la diagnosi che ne fa Don Enrico.

Chi più chi meno, abbiamo tutti coltivato ciò che abbiamo voluto. Abbiamo coltivato ciò che abbiamo pensato, ciò che ci è sembrato giusto (incluse le nostre pratiche religiose) . Forse non abbiamo coltivato, ossia non abbiamo prestato il vero culto a Dio: anziché servire Dio, ci siamo serviti di Lui. A lunga distanza, il conto da pagare risulta salato. Anche se il Signore Gesù è geneticamente portato al “condono”.

Guarda Paolo: ha capovolto tutto: dall’esperienza del Tempio è passato all’esperienza del Nuovo Tempio, Cristo Gesù, l’Agnello pasquale. L’esperienza è così radicale che può definire il corpo dei cristiani come “tempio di Dio” (cf 1Cor3, 16-17; 6, 18-20).

Sai, questo processo di personalizzazione del tempio Paolo lo esprime con il linguaggio liturgico che diventa così il terreno naturale dove si svolge la vita cristiana. Fatico a trovare sulle labbra dei tuoi confratelli quel linguaggio che trovo nel ministero apostolico dell’Apostolo: egli vive la sua vita come un culto che “presta a Dio nello Spirito” (cf Rm 1,9).

Se vai a leggerti la lettera alla comunità di Filippi, scopri che il suo è un sacrificio che si realizza in lui a vantaggio della vita dei Filippesi. Vita di fede che è denominata “thysia kai leitourgia”, ossia offerta sacrificale e attività liturgica” (cf Fil 2,17)

Per Paolo l’attività liturgica è ad ampio spettro. Per lui

• Attività liturgica è la raccolta di fondi per la comunità di Gerusalemme;
• Attività liturgica è l’incarico di Epafrodito, inviato dai Filippesi per assisterlo nei disagi della sua prigionia, prestandogli umili servizi. Anche lui è denominato “protagonista di un’azione liturgica)

Ti renderai conti che l’hospitalitas letta in questa prospettiva è una liturgia che va vissuta nel ruolo di protagonisti, non delegabile a nessuno, come non posso delegare di andare a Messa o dal dottore al mio posto.
• Posso allargare l’adesione all’assemblea liturgica della carità operosa ma non rifiutare l’invito, adducendo le scuse elencate nella parabola.
• Posso coinvolgere i laici ma non abdicare.

Nel capitolo 12 della Lettera ai Romani Paolo invita i cristiani di Roma a presentare a Dio tutti gli aspetti della vita nella sua concretezza: somata, ossia compresi i corpi). Questa vita di offerta, di donazione, di servizio, in conseguenza del battesimo e sotto la guida dello Spirito, è cosa santa e gradita a Dio. Quindi un vero culto che dà un senso alla vita, coinvolgendoci in tutte le nostre risorse. Così recita la vita monastica benedettina: “monaco è colui che veramente cerca Dio, che entra nel monastero alla scuola del servizio del Signore come alla scuola dell’amore, dove, nell’esercizio delle virtù e della fede, il cuore si dilata e la via dei divini precetti viene percorsa nell’indicibile soavità dell ‘amore.”

Tutto ciò sprigiona un “soave odore”, il “buon odore di Cristo”. Il Dr. Micheli passando nei reparti, con il profumo di pipa che lasciava nei corridoi, lal letto dei pazienti emanava anche il “bonus odor Christi”. Paolo sente che tutta la sua vita apostolica è come profumo offerto continuamente a Dio (cf 2Cor 2,14). E qui veniamo a punto dolente: per l’Apostolo persino l’attività burocratica e contabile della raccolta dei fondi per i poveri di Gerusalemme (cf 2 Cor 9,12), viene detta “liturgica”.

Ma guai a fraintendere: non si può andare a Monguzzo, magari celebrare l’Eucaristia e poi passare nella sala del Capitolo per parlare d’altro, finalmente di cose serie, come la “gestione carismatica” dei Centri, dimenticando l’atteggiamento essenziale incluso nella domanda che va posta dopo ogni Eucaristia:

“In questa situazione cosa lo Spirito Santo sta dicendo alla nostra Chiesa (cfr Ap 2,7)?
• E’ il Signore che non chiama?
• Siamo noi che non sentiamo?
• O che non vogliamo rispondere?
• Perché in una Chiesa per tanti versi così vivace non nascono vocazioni?”

Credi forse che, se la questione viene posta in questi termini, non pervenga dall’Alto la risposta?

Ti lascio con la preghiera della gioiosa speranza scritta dal Card. Martini all’inizio della Lettera Pastorale. Per diffondere questi messaggi tra confratelli, collaboratori e assistiti non occorrono né laurea né autorizzazioni né sacerdozio ministeriale, né corsi speciali… Basta la Cresima. Li troverai su internet, e, se vorrai, potrai segnalarli.

Insieme oranti, ti auguro buona giornata.
Caro Fra Luigi -

Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme, e il fiato quasi ci manca per l’ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un motivo ben più profondo.
Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo felici. La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme, lasciando il pranzo a metà sulla tavola, esprimono la certezza che tu ormai sei con noi. Ci hai incrociati poche ore fa su questa stessa strada, stanchi e delusi. Non ci hai abbandonati a noi stessi e alla nostra disperazione. Ci hai inquietati con i tuoi rimproveri. Ma soprattutto sei entrato dentro di noi. Ci hai svelato il segreto di Dio su di te, nascosto nelle pagine della Scrittura. Hai camminato con noi, come un amico paziente. Hai suggellato l’amicizia spezzando con noi il pane, hai acceso il nostro cuore perché riconoscessimo in te il Messia, il Salvatore di tutti. Così facendo, sei entrato dentro di noi.
Quando, sul far della sera, tu avevi accennato a proseguire il tuo cammino oltre Emmaus, noi ti pregammo di restare.
Ti rivolgeremo questa preghiera, spontanea e appassionata, infinite altre volte nella sera del nostro smarrimento, del nostro dolore, del nostro immenso desiderio di te. Ma ora comprendiamo che essa non raggiunge la verità ultima del nostro rapporto con te. Infatti tu sei sempre con noi. Siamo noi, invece, che non sempre restiamo con te, non dimoriamo in te. Per questo non sappiamo diventare la tua presenza accanto ai fratelli.
Per questo, o Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l’ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione.
Signore, Gerusalemme è ormai vicina. Abbiamo capito che essa non è più la città delle speranze fallite, della tomba desolata. Essa è la città della Cena, della Pasqua, della suprema fedeltà dell’amore di Dio per l’uomo, della nuova fraternità. Da essa muoveremo lungo le strade di tutto il mondo per essere testimoni della tua risurrezione.

  • A tutti i cercatori del tuo volto mostrati, Signore;
  • a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore;
  • con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare cammina Signore;
  • affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus;
  • e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori;
  • non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore. Aman.
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    DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI 24, 5 ss.
    1Cinque giorni dopo, Ananìa, il sommo sacerdote, arrivò con alcuni capi del popolo e un avvocato che si chiamava Tertullo. Si presentarono al governatore Felice per dichiarare le loro accuse contro Paolo. 2Fu chiamato anche lui.
    Poi Tertullo cominciò la sua accusa dicendo: « Per merito tuo, eccellentissimo Felice, noi godiamo di una lunga pace. Tu hai provveduto a concedere a questa nazione alcune riforme. 3Noi accogliamo tutto ciò con la più profonda gratitudine. 4Ma non ti voglio far perdere troppo tempo; perciò ti prego di ascoltare, nella tua bontà, quel che brevemente abbiamo da dirti.
    5″Quest’uomo, secondo noi, è estremamente pericoloso. Egli è capo del gruppo dei nazirei, e provoca disordini dappertutto tra gli Ebrei sparsi nel mondo. 6Ha tentato perfino di profanare il Tempio, noi l’abbiamo arrestato. ( 7) 8Se tu lo interroghi potrai accertarti di tutte queste cose delle quali noi lo accusiamo ».
    9Anche gli Ebrei appoggiarono l’accusa di Tertullo e dissero che i fatti stavano proprio così.

    Paolo si difende davanti al governatore Felice
    10Il governatore fece un cenno a Paolo di parlare. Allora egli cominciò a dire: « So che da molti anni sei giudice di questo popolo. Perciò con fiducia parlerò in mia difesa. 11Sono venuto a Gerusalemme appena dodici giorni fa, per pregare nel Tempio; è un fatto questo che tu stesso puoi controllare. 12Gli Ebrei non mi hanno mai trovato nel Tempio a discutere con qualcuno o a mettere confusione tra la folla. Neppure nelle sinagoghe o per la città. 13Essi non possono dimostrare le accuse che ora lanciano contro di me. 14Ma ti dichiaro questo: io seguo quella nuova dottrina che essi considerano falsa. Io però riconosco e servo solo il Dio dei nostri padri e accetto tutto quel che è scritto nella Legge di Mosè e nei libri dei profeti. 15Come loro, io ho questa sicura speranza nel Signore: che tutti gli uomini, sia buoni che malvagi, risorgeranno dai morti. 16Per questo cerco anch’io di conservare sempre una coscienza pura dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.
    17″Ora, dopo molti anni, sono tornato per portare degli aiuti al mio popolo e per offrire sacrifici. 18Proprio durante questi riti, gli Ebrei mi hanno trovato nel Tempio: stavo partecipando alla cerimonia della purificazione e non c’era folla né agitazione di popolo. 19C’erano però alcuni Ebrei della provincia d’Asia: questi sì dovrebbero essere qui davanti a te per accusarmi se proprio hanno qualcosa contro di me. 20Oppure, lo dicano quelli che sono qui ora, se hanno trovato in me qualche colpa quando sono stato portato al tribunale ebraico. 21L’unica cosa che potrebbero dire è, che una volta, stando in mezzo a loro, io gridai: Oggi, io vengo processato davanti a voi perché credo nella risurrezione dei morti ».
    22Felice era molto ben informato sulla fede cristiana; perciò mandò via gli accusatori di Paolo dicendo: « Quando verrà il comandante Lisia, allora esaminerò il vostro caso ».
    23Poi ordinò al capo dei soldati di fare la guardia a Paolo e di concedergli una certa libertà. Tutti gli amici di Paolo potevano andare da lui per aiutarlo.

    Paolo in carcere si incontra con Felice e Drusilla
    24Alcuni giorni dopo, Felice fece chiamare Paolo per sentirlo parlare della fede in Cristo Gesù: era presente anche sua moglie, Drusilla che era ebrea. 25Ma quando Paolo cominciò a parlare del giusto modo di vivere, del dovere di dominare gli istinti e del giudizio futuro di Dio, Felice si spaventò e disse: « Basta, per ora puoi andare. Quando avrò tempo ti farò richiamare ». 26Intanto sperava di poter ricevere da Paolo un po’ di soldi: per questo lo faceva chiamare abbastanza spesso e parlava con lui.
    27Trascorsero così due anni. Poi al posto di Felice venne Porcio Festo. Ma Felice voleva fare un altro favore agli Ebrei, e lasciò Paolo in prigione.

    25 – PAOLO FA RICORSO ALL’IMPERATORE
    1Il governatore Festo, dunque, arrivò nella sua provincia e dopo tre giorni salì dalla città di Cesarèa a Gerusalemme.
    2Subito vennero da lui i capi dei sacerdoti e i capi degli Ebrei e presentarono le loro accuse contro Paolo. Con molta insistenza, 3per l’odio che avevano contro Paolo, chiesero a Festo il favore di farlo condurre a Gerusalemme. Stavano infatti preparando un tranello per ammazzarlo durante il viaggio.
    4Ma Festo rispose: « Paolo deve restare in prigione a Cesarèa. Anch’io vi tornerò presto. 5Quelli tra voi che hanno autorità vengano con me a Cesarèa, e se quest’uomo è colpevole di qualche cosa, là lo potranno accusare ».
    6Festo rimase a Gerusalemme ancora otto o dieci giorni, poi ritornò a Cesarèa. Il giorno dopo aprì il processo e fece portare Paolo in tribunale.
    7Appena arrivò, gli Ebrei venuti da Gerusalemme lo circondarono e lanciarono contro di lui molte gravi accuse. Essi però non erano capaci di provarle.
    8Paolo allora parlò in sua difesa e disse:
    - Io non ho fatto niente di male: né contro la Legge degli Ebrei, né contro il Tempio e neppure contro l’imperatore romano.
    9Festo però voleva fare un favore agli Ebrei; perciò domandò a Paolo:
    - Accetti di andare a Gerusalemme? Il processo per queste accuse potrebbe essere fatto là, davanti a me.
    10Ma Paolo rispose:
    - Mi trovo davanti al tribunale dell’imperatore: qui devo essere processato. Io non ho fatto nessun torto agli Ebrei e tu lo sai molto bene. 11Se dunque sono colpevole e ho fatto qualcosa che merita la morte, io non rifiuto di morire. Ma se non c’è niente di vero nelle accuse che questa gente lancia contro di me, nessuno ha potere di consegnarmi a loro. Io faccio ricorso all’imperatore.
    12Allora Festo si consultò con i suoi consiglieri. Poi decise:
    - Tu hai fatto ricorso all’imperatore e dall’imperatore andrai.

    Paolo dinanzi al re Agrippa e a Berenìce
    13Alcuni giorni dopo il re Agrippa e sua sorella Berenìce arrivarono a Cesarèa per salutare Festo. 14Siccome si fermarono parecchi giorni, Festo raccontò al re il caso di Paolo. Gli disse:
    « Il governatore Felice mi ha lasciato qui un prigioniero. 15Quando io mi trovavo a Gerusalemme vennero da me i capi dei sacerdoti e i capi degli Ebrei per accusarlo e mi domandarono di condannarlo. 16Risposi loro che i Romani non hanno l’abitudine di condannare un uomo prima che egli abbia la possibilità di difendersi davanti ai suoi accusatori. 17I capi dei sacerdoti e i capi degli Ebrei vennero dunque qui da me, e io, senza perder tempo, il giorno dopo cominciai il processo e vi feci condurre anche Paolo. 18Quelli che lo accusavano si misero attorno a lui, e io pensavo che lo avrebbero accusato di alcuni delitti. Invece no: 19si trattava solo di questioni che riguardano la loro religione e un certo Gesù, che è morto, mentre Paolo sosteneva che è ancora vivo. 20Di fronte a un caso come questo io non sapevo che decisione prendere; perciò domandai a Paolo se accettava di andare a Gerusalemme e di essere processato in quella città. 21Ma Paolo fece ricorso e volle che la sua causa fosse riservata all’imperatore. Allora ho comandato di tenerlo in prigione fino a quando non potrò mandarlo all’imperatore ».
    22A questo punto il re Agrippa disse al governatore Festo:
    - Avrei piacere anch’io di ascoltare quest’uomo!
    E Festo gli rispose:
    - Domani lo potrai ascoltare.
    23Il giorno dopo, Agrippa e Berenìce arrivarono con grande seguito ed entrarono nell’aula delle udienze, accompagnati dai comandanti e dai cittadini più importanti.
    Festo fece venire Paolo 24e disse:
    - Re Agrippa e voi cittadini tutti, qui presenti con noi: questo è l’uomo per il quale il popolo degli Ebrei si è rivolto a me a Gerusalemme e in questa città. Essi pretendono di farlo morire; 25io invece mi sono convinto che egli non ha commesso niente che meriti la condanna a morte. Ora egli ha fatto ricorso all’imperatore e io ho deciso di mandarlo a lui. 26Sul suo caso però non ho nulla di preciso da scrivere all’imperatore. Perciò ho voluto condurlo qui davanti a voi e specialmente davanti a te, re Agrippa, per avere, dopo questa udienza, qualcosa da scrivere all’imperatore. 27Mi sembra assurdo infatti mandare a Roma un prigioniero senza indicare le accuse che si fanno contro di lui.

    26 – PAOLO SI DIFENDE DI FRONTE AD AGRIPPA
    1Il re Agrippa disse a Paolo:
    - Ora tu puoi difenderti. Allora Paolo fece un cenno con la mano e si difese così:
    2″Sono contento, o re Agrippa, di potermi difendere oggi, davanti a te, di tutte le accuse che gli Ebrei lanciano contro di me. 3So che tu conosci molto bene le usanze e le questioni religiose degli Ebrei. Ti prego dunque di ascoltarmi con pazienza.
    4″Tutti gli Ebrei sono al corrente della mia vita: fin da quando ero ragazzo ho vissuto tra il mio popolo, a Gerusalemme. 5E tutti sanno anche, da molto tempo, che io ero fariseo e vivevo nel gruppo più rigoroso della nostra religione. Se vogliono, essi lo possono testimoniare. 6Ora invece mi trovo sotto processo, perché spero nella promessa che Dio ha fatto ai nostri padri. 7Anche le dodici tribù del nostro popolo servono Dio con perseveranza giorno e notte, perché sperano di vedere realizzata questa promessa. Proprio per questa speranza, o re, io sono accusato dagli Ebrei. 8Perché ritenete assurdo che Dio faccia ritornare i morti alla vita?
    9″Anch’io una volta credevo di dover combattere contro Gesù, il Nazareno, 10ed è quello che ho fatto in Gerusalemme. I capi dei sacerdoti mi avevano dato un potere speciale, e io gettai in prigione molti cristiani. E quando essi venivano condannati a morte, anch’io votavo contro di loro. 11Spesso andavo da una sinagoga all’altra per costringerli con torture a bestemmiare. Ero crudele contro i cristiani senza alcun riguardo, e li perseguitavo anche nelle città straniere.
    12″Un giorno però stavo andando a Damasco: i capi dei sacerdoti mi avevano autorizzato, dandomi pieni poteri. 13Durante il viaggio, o re Agrippa, io vidi, in pieno giorno, una luce che scendeva dal cielo e sfolgorava intorno a me e a quelli che mi accompagnavano: era più forte del sole. 14Tutti cademmo a terra, e io sentii una voce in ebraico che diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Perché ti rivolti come fa un animale quando il suo padrone lo pungola?
    15″Io domandai: Chi sei Signore?

    « Allora il Signore rispose: Io sono Gesù, quello che tu perseguiti. 16Ma ora àlzati e sta’ in piedi. Io ti sono apparso per fare di te un mio servitore. Tu mi renderai testimonianza dicendo quello che hai visto oggi e proclamando quello che ti rivelerò ancora. 17Io ti libererò da tutti i pericoli, quando ti manderò dagli Ebrei e dai pagani. 18Andrai da loro per aprire i loro occhi, per farli passare dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio. Quelli che crederanno in me riceveranno il perdono dei loro peccati e faranno parte del mio popolo santo.
    19″Perciò, o re Agrippa, io non ho disubbidito a questa apparizione celeste, 20ma mi sono messo a predicare prima agli abitanti di Damasco e di Gerusalemme, poi a quelli della provincia della Giudea e anche ai pagani. A tutti dicevo di cambiar vita e di ritornare all’unico Dio mostrando con le azioni la sincerità della loro conversione. 21Questo è il motivo per il quale gli Ebrei mi arrestarono mentre ero nel Tempio e tentarono di uccidermi. 22Ma Dio mi ha dato il suo aiuto fino ad oggi: per questo sono testimone di Cristo davanti a tutti, piccoli e grandi. Io dico soltanto quello che gli scritti dei profeti e la Legge di Mosè avevano previsto per il futuro: 23e cioè che il Messia doveva soffrire, che doveva essere il primo a risuscitare dai morti, e che doveva portare al popolo di Israele e ai pagani una luminosa speranza ».

    Paolo invita il re Agrippa a credere
    24Mentre Paolo parlava così per difendersi, il governatore Festo disse ad alta voce:
    - Tu sei pazzo, Paolo! Hai studiato troppo e sei diventato matto!
    25Ma Paolo gli rispose:
    - Io non sono pazzo, eccellentissimo Festo; sto dicendo cose vere e ragionevoli. 26Il re Agrippa conosce bene queste cose e a lui posso parlare con franchezza. I fatti dei quali sto parlando non sono accaduti in segreto: per questo io penso che egli li conosce tutti. 27Re Agrippa, credi alle promesse dei profeti? Io so che tu ci credi!
    28Agrippa allora rispose a Paolo:
    - Ancora un po’ e tu mi convincerai a farmi cristiano.
    29Paolo gli disse:
    - Io non so quanto manca alla tua conversione. Vorrei però chiedere a Dio che non solo tu, ma tutti quelli che oggi mi ascoltano diventino simili a me, tranne ovviamente per queste catene.
    30Allora il re Agrippa si alzò e con lui anche il governatore Festo, Berenìce e tutti quelli che avevano partecipato alla seduta. 31Mentre si allontanavano parlavano insieme e dicevano: « Quest’uomo non ha fatto niente che meriti la morte o la prigione ». Agrippa disse a Festo: « Se non avesse fatto ricorso all’imperatore, quest’uomo poteva essere liberato ».

    27 INIZIA IL VIAGGIO DI PAOLO VERSO ROMA

    Quando decisero di farci partire per l’Italia, consegnarono Paolo e alcuni altri prigionieri a un ufficiale, un certo Giulio, che apparteneva al reggimento imperiale. 2Salimmo a bordo di una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e si partì. C’era con noi Aristarco, un cittadino macédone, originario di Tessalonica. 3Il giorno seguente arrivammo nella città di Sidone; qui Giulio gentilmente permise a Paolo di andare a trovare i suoi amici che lo ospitarono e lo circondarono di premure.
    4Poi partimmo da Sidone. Il vento soffiava in senso contrario e noi allora navigammo al riparo dell’isola di Cipro. 5Costeggiammo la Cilicia e la Panfilia e arrivammo alla città di Mira, nella regione della Licia.
    6Qui l’ufficiale Giulio trovò una nave di Alessandria diretta verso l’Italia e ci fece salire su di essa. 7Navigammo lentamente per molti giorni, e solo a gran fatica arrivammo all’altezza della città di Cnido. Ma il vento non ci era favorevole; perciò navigammo al riparo dell’isola di Creta, presso capo Salmòne. 8Con molta difficoltà ci fu possibile costeggiare l’isola e finalmente arrivammo a una località chiamata « Buoni Porti », vicino alla città di Laséa.
    9Avevamo perso molto tempo. Era già passato anche il periodo del digiuno ebraico d’autunno, ed era ormai pericoloso continuare la navigazione. Paolo l’aveva fatto notare, dicendo ai marinai: 10″Io vedo che questo viaggio sta diventando molto pericoloso, non soltanto per la nave e il carico ma anche per tutti noi che rischiamo di perdere la vita ». 11Ma Giulio, l’ufficiale romano, dette ascolto al parere del pilota e del padrone della nave e non alle parole di Paolo. 12D’altra parte, la località di « Buoni Porti » era poco adatta per passarvi l’inverno: perciò la maggior parte dei passeggeri decise di ripartire per raggiungere possibilmente Fenice, porto di Creta, aperto a sud-ovest: là si poteva passare l’inverno.

    La tempesta e il naufragio
    13Intanto si alzò un leggero vento del sud, ed essi credettero di poter realizzare il loro progetto. Levarono le ancore e ripresero a navigare, tenendosi il più possibile vicino alle coste dell’isola di Creta. 14Ma subito si scatenò sull’isola un vento impetuoso, detto Euroaquilone 15La nave fu travolta dalla bufera: era impossibile resistere al vento, e perciò ci lasciavamo portare alla deriva.
    16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Càudas, a fatica riuscimmo a prendere la scialuppa di salvataggio. 17I marinai la tirarono a bordo e con gli attrezzi cominciarono a legare la struttura della nave per renderla più forte. Poi, per paura di andare a finire sui banchi di sabbia della Libia, i marinai gettarono l’ancora galleggiante e così si andava alla deriva.
    18La tempesta continuava a sbatterci qua e là con violenza: perciò, il giorno dopo, si cominciò a gettare in mare il carico. 19Il terzo giorno, i marinai stessi scaricarono con le loro mani anche gli attrezzi della nave. 20Per parecchi giorni non si riuscì a vedere né il sole né le stelle, e la tempesta continuava sempre più forte. Ogni speranza di salvarci era ormai perduta per noi.
    21Da molto tempo nessuno più mangiava. Allora Paolo si alzò in mezzo ai passeggeri e disse: « Amici, se mi davate ascolto e non partivamo da Creta, avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ora però vi raccomando di avere coraggio. Soltanto la nave andrà perduta: ma nessuno di noi morirà. 23Questa notte, infatti, mi è apparso un angelo di quel Dio che io servo e al quale io appartengo. 24Egli mi ha detto: « Non temere, Paolo! Tu dovrai comparire davanti all’imperatore e Dio, nella sua bontà, ti dona anche la vita dei tuoi compagni di viaggio ». 25Perciò fatevi coraggio, amici! Ho fiducia in Dio: sono sicuro che accadrà come mi è stato detto. 26Andremo a finire su qualche isola ».

    27Da due settimane noi ci trovavamo alla deriva nel mare Mediterraneo quand’ecco, verso mezzanotte, i marinai ebbero l’impressione di trovarsi vicino a terra. 28Gettarono lo scandaglio e misurarono circa quaranta metri di profondità. Un po’ più avanti provarono di nuovo e misurarono circa trenta metri di profondità. 29Allora, per paura di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, e aspettarono con ansia la prima luce del giorno. 30Ma i marinai cercavano di fuggire dalla nave: per questo stavano calando in mare la scialuppa di salvataggio, col pretesto di gettare le ancore da prora. 31Allora Paolo disse all’ufficiale e ai soldati: « Se i marinai non restano sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo ». 32Subito i soldati tagliarono le corde che sostenevano la scialuppa di salvataggio e la lasciarono cadere in mare.
    33Nell’attesa che spuntasse il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo. Diceva: « Da due settimane vivete sotto questo incubo senza mangiare. 34Per questo vi prego di mangiare: dovete farlo, se volete mettervi in salvo. Nessuno di voi perderà neppure un capello ».
    35Dopo queste parole Paolo prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e incominciò a mangiare. 36Tutti si sentirono incoraggiati e si misero a mangiare anche loro. 37Sulla nave vi erano in tutto duecentosettantasei persone. 38Quando tutti ebbero mangiato a sufficienza, gettarono in mare il frumento per alleggerire la nave.

    Il naufragio
    39Spuntò il giorno, ma i marinai non riconobbero la terra alla quale ci eravamo avvicinati. Videro però un’insenatura che aveva una spiaggia e decisero di fare il possibile per spingervi la nave. 40Staccarono le ancore e le abbandonarono in mare. Nello stesso tempo slegarono le corde dei timoni, spiegarono al vento la vela principale e così poterono muoversi verso la spiaggia. 41Ma andarono a sbattere contro un banco di sabbia, e la nave si incagliò. Mentre la prua, incastrata sul fondo, rimaneva immobile, la poppa invece minacciava di sfasciarsi sotto i colpi delle onde.
    42I soldati allora pensarono di uccidere i prigionieri: avevano paura che fuggissero gettandosi in mare. 43Ma l’ufficiale voleva salvare Paolo e perciò impedì loro di attuare questo progetto. Anzi, comandò a quelli capaci di nuotare di gettarsi per primi in acqua per raggiungere la terra. 44Gli altri fecero lo stesso, aiutandosi con tavole di legno e rottami della nave. In questa maniera tutti arrivarono a terra sani e salvi.

    28 – PAOLO NELL’ISOLA DI MALTA

    Dopo essere scampati al pericolo, venimmo a sapere che quell’isola si chiamava Malta. 2I suoi abitanti ci trattarono con gentilezza: siccome si era messo a piovere e faceva freddo, essi ci radunarono tutti intorno a un gran fuoco che avevano acceso.
    3Anche Paolo raccolse un fascio di rami per gettarlo nel fuoco; ma ecco che una vipera, a causa del calore, saltò fuori e si attaccò alla sua mano. 4La gente del luogo, come vide la vipera che pendeva dalla mano di Paolo, diceva fra sé: « Certamente questo uomo è un assassino: infatti si è salvato dal mare, ma ora la giustizia di Dio non lo lascia più vivere ».
    5Ma Paolo, con un colpo, gettò la vipera nel fuoco e non ne ebbe alcun male. 6La gente invece si aspettava che la mano di Paolo si gonfiasse, oppure che Paolo cadesse a terra morto sul colpo. Aspettarono un bel po’, ma alla fine dovettero costatare che Paolo non aveva alcun male. Allora cambiarono parere e dicevano: « Questo uomo è un dio ».
    7Vicino a quel luogo, aveva i suoi possedimenti il governatore dell’isola, un certo Publio. Egli ci accolse e ci ospitò per tre giorni con grande cortesia.
    8Un giorno il padre di Publio si ammalò di dissenteria ed era a letto con febbre alta. Paolo andò a visitarlo: pregò, stese le mani su lui e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che erano ammalati, vennero da Paolo e furono guariti. 10I maltesi perciò ci trattarono con grandi onori, e al momento della nostra partenza ci diedero tutto quello che era necessario per il viaggio.

    Paolo arriva a Roma11Dopo tre mesi ci imbarcammo su una nave della città di Alessandria che aveva passato l’inverno in quell’isola. La nave si chiamava « I Diòscuri ». 12Arrivammo a Siracusa e qui rimanemmo tre giorni. 13Poi, navigando lungo la costa, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò il vento del sud e così in due giorni potemmo arrivare a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni cristiani che ci invitarono a restare una settimana con loro. Infine partimmo per Roma. 15I cristiani di Roma furono avvertiti del nostro arrivo e ci vennero incontro fino al Foro Appio e alle Tre Taverne. Appena li vide, Paolo ringraziò il Signore e si sentì molto incoraggiato.
    16Arrivati a Roma, fu permesso a Paolo di abitare per suo conto, con un soldato di guardia.

    Paolo predica a Roma17Dopo tre giorni, Paolo fece chiamare i capi degli Ebrei di Roma. Quando furono riuniti disse loro:
    - Fratelli, io non ho fatto nulla contro il nostro popolo e le tradizioni dei padri. Eppure a Gerusalemme gli Ebrei mi hanno arrestato e mi hanno consegnato ai Romani. 18I Romani mi hanno interrogato e volevano lasciarmi libero perché non trovavano in me nessuna colpa che meritasse la morte. 19Ma gli Ebrei si sono opposti a questa decisione, e allora sono stato costretto a fare ricorso all’imperatore. Io però non ho alcuna intenzione di portare accuse contro il mio popolo. 20Per questo motivo ho chiesto di vedervi e di parlarvi. Infatti io porto queste catene a causa di colui che il popolo di Israele ha sempre aspettato.
    21Gli risposero:
    - Noi non abbiamo ricevuto dalla Giudea nessuna lettera che ti riguarda, e nessuno dei nostri fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Tuttavia, noi vorremmo ascoltare da te quel che pensi: perché abbiamo saputo che la setta alla quale tu appartieni, un po’ dappertutto trova delle opposizioni.
    23Poi si diedero un appuntamento.
    Nel giorno fissato, vennero nell’alloggio di Paolo ancor più numerosi. Dal mattino fino alla sera Paolo dava spiegazioni e annunziava loro il regno di Dio. Partendo dalla legge di Mosè e dagli scritti dei profeti, Paolo cercava di convincerli a credere in Gesù. 24Alcuni si lasciarono convincere dalle parole di Paolo, altri invece non vollero credere. 25Senza essere d’accordo tra loro, se ne andavano via mentre Paolo aggiungeva soltanto queste parole: « Lo Spirito Santo aveva ragione quando, per mezzo del profeta Isaia, disse ai vostri padri:
    26Va’ da questo popolo e parlagli così:
    Ascolterete e non capirete;
    guarderete e non vedrete
    27perché il cuore di questo popolo
    è diventato insensibile:
    sono diventati duri d’orecchi,
    hanno chiuso gli occhi,
    per non vedere con gli occhi,
    per non sentire con gli orecchi,
    per non comprendere con il cuore,
    per non tornare a Dio,
    per non lasciarsi guarire da lui ».
    28Poi Paolo aggiunse: « Sappiate che questa salvezza Dio ora l’ha rivolta ai pagani, ed essi l’accoglieranno ». 29
    30Paolo rimase due anni interi nella casa che aveva preso in affitto, e riceveva tutti quelli che andavano da lui. 31Egli annunziava il regno di Dio e insegnava tutto quello che riguarda il Signore Gesù Cristo con grande coraggio e senza essere ostacolato.

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