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FRATI NEL VIVO DEL MINISTERO – A. Nocent

Classé dans : LETTERE AGLI AMICI — 22 janvier, 2009 @ 12:09

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Carissimi fratelli ed amici,

la Provincia Lombardo-Veneta, ossia ognuno di voi, sta attraversando quella fase che Paolo descrive nella seconda lettera ai Cristiani di Roma dove egli “si racconta” nel cuore delle fatiche quotidiane e nel vivo del suo ministero.

Molti di voi hanno speso tante energie per il Vangelo e con quelle che restano bisogna affrontare il momento presente e l’impatto con le difficoltà di ogni tipo.

Io sono qui oggi, in veste di ripetitore o, se preferite, come l’ultimo dei collaboratori di san Paolo di cui Benedetto XVI ha parlato in uno dei suoi mercoledì e che riporto perché ci apra gli orizzonti e ci aiuti a superare alcune resistenze. Il Papa ha detto: « Dobbiamo riconoscere che l’Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli altri,

• Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23),
• Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18),
• Tìchico (cfr At 20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt 3,12),
• Urbano (cfr Rm 16,9),
• Gaio e Aristarco (cfr At 19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10).
• E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo — della quale san Paolo dice: « È madre anche mia » (cfr Rm 16, 12-13) — per non dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19).

Oggi, tra questa grande schiera di collaboratori e di collaboratrici di san Paolo rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e Apollo.

• Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14).Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.
• I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono « caduti dal cielo ». Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come « il mio collaboratore ». Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù.

Un altro compagno di Paolo fu Sila, forma grecizzata di un nome ebraico (forse sheal, «chiedere, invocare», che è la stessa radice del nome «Saulo»), di cui risulta anche la forma latinizzata Silvano. Il nome Sila è attestato solo nel Libro degli Atti, mentre il nome Silvano compare solo nelle Lettere paoline. Egli era un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima (cfr At 15,22), essendo considerato profeta (cfr At 15,32). Fu incaricato di recare «ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia» (At 15,23) le decisioni prese al Concilio di Gerusalemme e di spiegarle. Evidentemente egli era ritenuto capace di operare una sorta di mediazione tra Gerusalemme e Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani di origine pagana, e così servire l’unità della Chiesa nella diversità di riti e di origini. Quando Paolo si separò da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo compagno di viaggio (cfr At 15,40). Con Paolo egli raggiunse la Macedonia (con le città di Filippi, Tessalonica e Berea), dove si fermò, mentre Paolo proseguì verso Atene e poi Corinto. Sila lo raggiunse a Corinto, dove cooperò alla predicazione del Vangelo; infatti, nella seconda Lettera indirizzata da Paolo a quella Chiesa, si parla di «Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo» (2 Cor 1,19). Si spiega così come mai egli risulti come co-mittente, insieme a Paolo e Timoteo, delle due Lettere ai Tessalonicesi. Anche questo mi sembra importante. Paolo non agisce da « solista », da puro individuo, ma insieme con questi collaboratori nel « noi » della Chiesa. Questo « io » di Paolo non è un « io » isolato, ma un « io » nel « noi » della Chiesa, nel « noi » della fede apostolica. E Silvano alla fine viene menzionato pure nella Prima Lettera di Pietro, dove si legge: «Vi ho scritto per mezzo di Silvano, fratello fedele» (5,12). Così vediamo anche la comunione degli Apostoli. Silvano serve a Paolo, serve a Pietro, perché la Chiesa è una e Il terzo compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è chiamato Apollo, probabile abbreviazione di Apollonio o Apollodoro. Pur trattandosi di un nome di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di Alessandria d’Egitto. Luca nel Libro degli Atti lo definisce «uomo colto, versato nelle Scritture… pieno di fervore» (18,24-25).

L’ingresso di Apollo sulla scena della prima evangelizzazione avviene nella città di Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la fortuna di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e Aquila (cfr At 18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più completa della « via di Dio » (cfr At 18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di Corinto: qui arrivò con l’appoggio di una lettera dei cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr At 18,27).

A Corinto, come scrive Luca, «fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (At 18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome, affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli altri (cfr 1 Cor 1,12; 3,4-6; 4,6).

Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi esprime apprezzamento per l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni contrapposte. Egli trae un importante insegnamento da tutta la vicenda: sia io che Apollo – egli dice – non siamo altro che diakonoi, cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti alla fede (cfr 1 Cor 3,5). Ognuno ha un compito differenziato nel campo del Signore: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere… Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3,6-9). Rientrato a Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo di tornare subito a Corinto, rimandando il viaggio a una data successiva da noi ignorata (cfr 1 Cor 16,12).

Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni studiosi pensano a lui come a possibile autore della Lettera agli Ebrei, della quale, secondo Tertulliano, sarebbe autore Barnaba.

Tutti e tre questi uomini brillano nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in comune oltre che per caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre collaboratori dell’apostolo Paolo. In questa originale missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di san Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere.

Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia per i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i laici. Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa ».

sangiovannididiolamisericordiafilippocomerio.bmpSe dalle riflessioni del Papa l’anima si sente refrigerata, conforto, sostegno e luce possono venire solo dalla forza dirompente della Parola ispirata quale è la seconda lettera di Paolo ai Corinti:

“1Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timòteo scrivono alla chiesa di Dio che si trova in Corinto e a tutti quelli che in Grecia appartengono a Dio. 2Dio, nostro Padre, e il Signore Gesù Cristo diano a voi grazia e pace.

Paolo ringrazia Dio
3Lodiamo Dio, Padre di Gesù Cristo, nostro Signore!, il Padre che ha compassione di noi, il Dio che ci consola. 4Egli ci consola in tutte le nostre sofferenze, perché anche a noi sia possibile consolare tutti quelli che soffrono, portando quelle stesse consolazioni che egli ci dà. 5Perché, se molto ci tocca soffrire con Cristo, molto siamo da lui consolati. 6Se soffriamo, è perché voi riceviate quella consolazione che vi renderà forti nel sopportare le stesse avversità che anche noi sopportiamo. 7Questa nostra speranza è ben fondata, perché sappiamo che condividete non solo le nostre sofferenze ma anche le nostre consolazioni.

8Dovete sapere, fratelli, che in Asia ho dovuto sopportare sofferenze grandissime, addirittura superiori alle mie forze. Temevo di non potere sopravvivere. 9Mi sentivo già un condannato a morte. Dio ha voluto così, per insegnarmi a mettere la mia fiducia non in me stesso ma in colui che dà vita ai morti. 10Egli mi ha liberato da un grande pericolo di morte, e mi libererà ancora. Sì! Sono sicuro che mi libererà ancora 11con l’aiuto delle vostre preghiere. Dio risponderà alle preghiere che molti faranno per me. Così, molti lo ringrazieranno per avermi liberato.

Perché Paolo non è andato a Corinto

12- 13Di questo mi vanto: in coscienza posso dire che mi sono comportato con tutti, e specialmente con voi, con la semplicità e la sincerità che vengono da Dio. Infatti, anche nelle mie lettere, vi scrivo soltanto quel che leggete e capite. Non è la sapienza umana che mi guida, ma la grazia di Dio. Spero che alla fine riuscirete a capire bene 14quel che ora capite solamente in parte, cioè che quando ritornerà il Signore Gesù, voi potrete essere fieri di me, come io potrò esserlo di voi.

15- 16Con questa convinzione avevo pensato di procurarvi la gioia di una seconda visita, passando da voi mentre mi recavo in Macedonia. Poi volevo passare ancora da voi nel viaggio di ritorno. Voi mi avreste quindi aiutato a proseguire il viaggio verso la Giudea.

17Pensate forse che ho fatto questo progetto con leggerezza? O forse pensate che io abbia voluto essere ambiguo, perché prima vi ho detto « si » e poi « no »? 18Com’è vero che Dio mantiene le sue promesse, quando parlo con voi non faccio un miscuglio di « si » e di « no ». 19Dio, per mezzo di Gesù Cristo, suo figlio, che io, Silvano e Timòteo vi abbiamo annunziato, non ha detto « si » e « no », ma soltanto « si ». 20E così, in Cristo, ha compiuto tutte le sue promesse. Perciò, per mezzo di Gesù Cristo, noi lodiamo Dio dicendogli « Amen ».
21Chi ci mantiene saldi nell’unione con Cristo, noi e voi insieme, è Dio; egli ci ha scelti, 22ci ha segnati con il suo nome e ci ha dato lo Spirito Santo come garanzia di quel che riceveremo.

23Se non sono venuto a Corinto, come avevo pensato, è stato per non urtarvi. Dio mi è testimone e mi faccia morire se non dico la verità. 24Io non voglio dominare la vostra fede, perché è già salda. Voglio soltanto lavorare con voi per la vostra gioia”. (2 Cor 1-24)

La lettura anche solo della prima parte di questa lettera, a prima vista sembra metterci in ascolto solo delle sofferenze e dei malintesi che accompagnano la vita dell’Apostolo. In realtà, a guardar bene, egli ci apre prospettive impensate :
• quando ricorda che dalla sofferenza si sprigiona anche la consolazione per il servitore del Vangelo che sa entrare nelle prove;
• oppure, quando persuade a riconoscere come dalla paziente condivisione delle difficoltà legate alle molteplici relazioni che l’Apostolo deve intrattenere nasce una singolare e più matura esperienza di paternità spirituale.

Paolo non sogna, non si fa illusioni, per noi tipiche degli anni del noviziato quando istintivamente ognuno si è creato immagini della sua missione futura. Ognuno oggi, come lui, si trova ad affrontare lo zoccolo duro della sua donazione; dopo decenni di servizio diaconale passando attraverso tante prove per le inevitabili delusioni e difficoltà che ogni giorno riserva, ora l’Apostolo si trova a sentirsi un servitore inutile perché tale è considerato da un insieme di fattori.

La forza di reggere e superare, restando servitori del vangelo nel cuore delle fatiche quotidiane, spesso più emotive che fisiche, può venire proprio dalla lectio divina della menzionata lettera.

Le prove che Paolo vive sono fondamentalmente tre:

La prima è il sentirsi ormai respinto dalla maggioranza dei suoi fratelli ebrei:
Scrive il Card. Martini: “egli pensava che la prima intenzione di Gesù fosse di affidargli la missione di parlare ai suoi fratelli, come d’altra parte aveva fatto quando andava di città in città visitando le sinagoghe”. Nella lettera nutre ancora un filo di speranza, ma si sta rassegnando all’evidenza: è avvenuta una frattura e ne soffre enormemente.

Dal testo si avverte che questa è stata una prima grande delusione del suo ministero: coloro ai quali la Parola era anzitutto diretta, non rispondono.

Le domande che vengono sono queste:
Perché Dio lo permette?
Perché le cose vanno così?
Perché la Parola non è accolta da quelli a cui era stata direttamente e primariamente proposta?

Mi viene in mente il dodicennio di generalato del Padre Pierluigi Marchesi: ha mandato messaggi e segnali in tutte le direzioni. Talvolta sono anche stati raccolti. Ma la sua Provincia è sempre stata la più ostile e sorda a ogni sollecitazione. Credo che una più o meno velata amarezza, congiunta alla malattia, pur vissuta nella fede e nell’offerta di sé, lo abbia accompagnato fino alla tomba.

Coloro di noi che non sono chiamati ad esercitare il ministero della Parola attraverso il sacerdozio ministeriale, sono tuttavia “mandati” a portare il Vangelo, ad essere annunciatori di Buone Notizie in ogni latitudine. Questa missione ci compete per vocazione: “Andate…guarite…annunciate…” (Mt.10 ss).

Non sono pochi a lamentarsi
• per quell’invito ad andare, senza sapere dove,
• per quel curare senza sapere chi,
• per quel dover annunciare non si sa bene a chi, come, cosa…

La seconda prova dell’Apostolo Paolo è costituita dai contrasti interni delle comunità. Dice il Card. Martini che “l’Apostolo sognava delle comunità unite, concordi, fraterne, piene di entusiasmo e anche unanimi. Invece l’esperienza amara – già espressa nella prima lettera ai Corinti ma che raggiunge il culmine qui – è di avere davanti comunità in cui ci sono molte gravi divisioni. Non soltanto interne, bensì rispetto a lui: malintesi, forme di diffidenza nei suoi riguardi.

Anzi, la seconda lettera ai Corinti è scritta proprio per chiarire i malintesi, le diffidenze, i pregiudizi sorti nella comunità nei suoi confronti”.

Le analogie con questa situazione non sono difficili. Ognuno facilmente si ritrova in essa. I chiarimenti possono nascere solo dall’incontro sereno, dal dialogo senza pregiudizi, partendo da interrogativi veri e non costruiti per dispute che accalorano inutilmente su falsi problemi, magari complessi, ma banalizzati e irrisolvibili a forza di battute e luoghi comuni. Esperienze negative che andrebbero assolutamente evitate perché producono proprio l’effetto serra: un clima invivibile.

Poi c’è un terzo tipo di prove che sono di carattere interiore. Anche Paolo vi accenna, anche se in maniera discreta ma, talora, palese. Se ci è difficile dire esattamente in che cosa consistono queste sofferenze, tuttavia, conoscendo il temperamento del personaggio, si può pensare che anche lui andasse soggetto ad alti e bassi emotivi, che fosse preso da momenti di grande entusiasmo alternati da momenti di depressione, di fatica, stanchezza, noia del ministero.

Disporre di un testimone così grande ma anche fragile, che fa della sua debolezza l’unico punto di forza, ci aiuta a prendere in mano la nostra situazione senza demoralizzarci: “8Siamo oppressi, ma non schiacciati; sconvolti ma non disperati. 9Siamo perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non distrutti. 10Portiamo sempre in noi la morte di Gesù, perché si manifesti in noi anche la sua vita.”

In qualsiasi ministero, al proprio livello, ognuno di noi vive diverse prove. Importante è trovare insieme l’atteggiamento giusto da tenere per sentirci vivi nel ministero nel quale ci troviamo coinvolti adesso. Il card. Martini ci ricorda:

“Dire che Paolo è nel vivo del ministero, significa non solo nel vivo dell’attività ma anche nel vivo delle sofferenze”.

L’invito è di trovare il tempo di leggere tutta la seconda Lettera ai Corinti. Cogliendo la violenza dei sentimenti che attraversano la mente ed il cuore di Paolo, proveremo un calo delle nostre tensioni, un’attenuazione delle sensazioni di frustrazione che ci abitano.

Anche il seguente, con il quale per il momento vi lascio, è un buon consiglio a portata di mano: “16Noi dunque non ci scoraggiamo. Anche se materialmente camminiamo verso la morte, interiormente, invece, Dio ci dà una vita che si rinnova di giorno in giorno. 17La nostra attuale sofferenza è poca cosa e ci prepara una vita gloriosa che non ha l’uguale. 18E noi concentriamo la nostra attenzione non su quel che vediamo ma su ciò che non vediamo: infatti, quel che vediamo dura soltanto per breve tempo, mentre ciò che non vediamo dura per sempre.”

Fraternamente. Angulo

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